Grazie al programma lanciato dalla Caritas Italiana, cinque le persone ospitate in Diocesi: l’esperienza di un 28enne afghano a Busto Arsizio

di Claudio URBANO

Mortasa, rifugiato afghano

Per qualche mese i rifugiati possono trovare una nuova famiglia. Poche storie, finora, ma i numeri potranno aumentare in futuro. Grazie al programma “Rifugiato a casa mia” lanciato dalla Caritas nazionale nel 2013, 40 rifugiati arrivati in Italia con la prima emergenza Nord Africa hanno trovato alcune famiglie che hanno aperto loro la porta di casa. Cinque le persone ospitate nella Diocesi di Milano, provenienti da Afghanistan, Pakistan, Congo, Senegal e Marocco. Ora si è chiusa la prima sperimentazione, ma il responsabile dell’Area stranieri di Caritas ambrosiana Luca Bettinelli si dice «ottimista per il futuro» del progetto. Del resto i posti dello Sprar (il Sistema nazionale di protezione per i richiedenti asilo) sono in genere insufficienti, e a Torino già dal 2008 si sperimentano forme di accoglienza diffusa sul territorio.

Soprattutto, nelle famiglie i titolari di protezione trovano finalmente un contesto di normalità, un ambiente fatto di relazioni informali che possono facilitare il loro percorso di inclusione. Per i rifugiati, in questa prima sperimentazione tutti maggiorenni, dai 18 ai 28 anni, dopo il periodo trascorso nei centri d’accoglienza c’è la possibilità di instaurare con la famiglia una relazione paritaria e soprattutto un rapporto uno a uno, rispetto agli schemi comunque ben definiti previsti dal programma istituzionale.

«Il ruolo della famiglia rimane lo stesso – spiega Bettinelli – essere una guida e un accompagnamento nelle situazioni di vita delle persone: quello che i genitori fanno per i figli lo possono fare anche per chi viene ospitato, a partire dall’aiuto nelle situazioni più banali come sbrigare le pratiche per il lavoro o introdurre ai modi di comportamento che ci sono in Italia».

Lo conferma Matteo Di Mattei, che ha prima avuto come dipendente nella sua cooperativa agricola di Busto Arsizio e poi ha ospitato Mortasa, 28enne afghano «che viene da una storia di guerra e che ormai è a tutti gli effetti parte della nostra famiglia». Per tutta la durata del progetto Mortasa non ha mai avuto alcun problema nei rapporti con la famiglia, forse anche grazie all’età e «al fatto che è una persona estremamente socievole – spiega Di Mattei -. È molto legato alle nostre figlie, e l’affezione per la famiglia si è tramutata in un’attenzione verso la casa, che lui è il primo a tenere in ordine nonostante gli orari pesanti di un lavoro agricolo». Mortasa si è ora «fermato» nella sua nuova famiglia – che nel frattempo ospita anche un ragazzo egiziano, Michael – e ha voluto diventare socio della cooperativa agricola. «Una decisione che significa anche una condivisione di responsabilità», osserva Di Mattei. Grazie alla famiglia ospitante ha anche potuto allargare il suo giro di relazioni, diventando di fatto un nuovo abitante del quartiere.

«Al lavoro coi migranti e con le famiglie si voleva affiancare uno stimolo pastorale per le comunità – spiega Bettinelli – sensibilizzandole anche sui temi dell’immigrazione e dell’accoglienza». Un lavoro non facile, soprattutto in tempi di preoccupazione per la crisi economica. «Ma la nostra esperienza ha aperto moltissime strade e idee in molte persone che conosciamo, tanto che sono convinto – chiude Di Mattei – che se ripartisse il progetto ci sarebbe un buon numero di famiglie pronto a ripetere l’iniziativa».

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