Dopo l’ennesima tragedia in mare, tre scelte irrinunciabili per evitare altre morti

di Giancarlo PEREGO
Direttore generale della Fondazione Migrantes

Immigrazione

Ancora morti in mare. Ormai nell’anno che sta per concludersi i morti accertati hanno superato il migliaio. La tragedia dal Mediterraneo si sposta e ha toccato questa volta il Mare Adriatico, al largo di Brindisi. La rotta della Puglia era stata battuta già precedentemente ed è una delle rotte del traffico degli esseri umani proveniente soprattutto dal Medio Oriente e dall’Asia. È chiaro, però, che, nel preciso momento in cui è stato chiuso il porto di Lampedusa – perché giudicato insicuro -, e sono stati rafforzati i pattugliamenti nel Mediterraneo, alcuni barconi in viaggio hanno scelto direzioni diverse, tra cui le coste della Puglia. Nei prossimi mesi potremmo assistere a un aumento di sbarchi che si dirigeranno in particolar modo appunto verso questa regione.

La tragedia adriatica ripropone gli impegni da sempre sottolineati anche nel mondo ecclesiale. Una prima direzione da intraprendere è lavorare maggiormente per creare canali protetti per le barche in mare, soprattutto in una stagione dalle condizioni climatiche non sempre favorevoli. C’è un grande numero di flotte battonti bandiere diverse nel Mediterraneo, che possono di fatto costituire una risorsa per accompagnare e custodire i viaggi della speranza, perché non si risolvano in tragedia.

Una seconda direzione a cui guardare è certamente quella della cooperazione internazionale, che in questi ultimi anni, da parte di tutti gli Stati europei e non solo, anche alla luce della crisi, si era fortemente indebolita per non dire praticamente azzerata. Una cooperazione che, più che ai grandi progetti, ripensi a un coordinamento e a una valorizzazione delle risorse che la solidarietà ha creato al di là del Mediterraneo, oltre che a favorire processi di dialogo e di nuova democrazia, come in questi giorni è stato ripetuto alla 86° Settimana sociale dei cattolici in Francia.

Una terza direzione è provare a rileggere anche le modalità con cui entrano gli stranieri in Italia e in altri Paesi in Europa, per dare quote maggiori soprattutto ad alcuni Paesi che in questo momento sono al di là del Mediterraneo e vivono la drammatica situazione di rivoluzioni e di instabilità. Non possiamo nasconderci che in queste settimane molte centinaia degli sbarcati a Lampedusa, accolti nelle comunità e case di accoglienza dei Comuni e delle Diocesi in Italia, hanno visto ricusata la loro domanda di asilo o di protezione umanitaria, così come altri a febbraio vedranno scadere il loro permesso umanitario.

Pensare a loro anzitutto, perché non si chiuda un ingresso legale nel nostro Paese, è certamente un’attenzione sociale e politica che guarda concretamente alla drammatica situazione in cui si vive sull’altra sponda del Mediterraneo. Diversamente potremmo assistere, oltre che a nuovi arrivi che si risolvono in una drammatica situazione, come per alcuni di coloro che volevano sbarcare in Puglia, a presenze continue di persone arrivate dal Nord Africa e che si confondono tra le migliaia di altre presenze irregolari di stranieri nel nostro Paese.

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