Grazie al massiccio intervento della Banca Centrale Europea a sostegno dei nostri titoli pubblici. Ma fino a quando?

Nicola SALVAGNIN

Bce

Parliamoci chiaro: quella varata dal Parlamento in questi giorni non è stata la “vera” manovra sui conti pubblici italiani. È stato il cerotto che ha tamponato un’emorragia, la risposta (raffazzonata alquanto) alla crisi di sfiducia che l’intero mondo ha avuto sulla nostra capacità di pagare gli interessi sul debito pubblico – che ammonta a 1.900 miliardi di euro – e magari di ridurlo.

La vera manovra è stata posticipata al prossimo governo, magari alla prossima legislatura. Per motivi politici, per la necessità di non disintegrare una maggioranza non più coesa. Un aumento delle tasse per rastrellare denaro fresco, qualche micro-taglio alle spese: ma tutto rimane come prima. E quindi tutto è ancora da fare: cioè guadagnare di più, spendere di meno.

Sul guadagnare di più, cioè sugli stimoli alla crescita economica, il ministro Tremonti ha promesso che qualcosa farà già da ora. Escluso il taglio delle tasse – sono appena state aumentate -, esclusi i tagli fiscali a questo o quel settore o categoria, rimangono in lizza la vendita del patrimonio pubblico e alcune liberalizzazioni tutte da individuare. Soprattutto queste ultime potranno fare il bene dell’Italia, ma faranno sicuramente il male di certe categorie economiche e sociali che sono state assai efficaci, nei giorni scorsi, nel bloccare ogni timido tentativo di cambiamento.

Mentre aspettiamo le misure tremontiane, sono invece rimasti in freezer i tagli alla spesa pubblica: da quelli simbolici ai costi della politica, a quelli più sostanziosi ad una macchina statale che assorbe quasi la metà del prodotto interno lordo italiano. Si parla di ridefinire gli enti locali, cambiando numero e ruolo delle Province e dei Comuni; di una spesa sanitaria fuori controllo (lo Stato italiano letteralmente non sa quanto spende in tre o quattro Regioni); di una rimodulazione dell’assistenza sociale; di un abbattimento reale di livelli burocratici che hanno ragione di esistere solo per automantenimento. Di una definitiva conversione della previdenza sociale al sistema contributivo puro: hai versato tot contributi, avrai tot pensione. L’età non c’entrerà più nulla: si lavorerà fino a quando l’assegno pensionistico sarà giudicato da ognuno soddisfacente rispetto alle proprie esigenze.

Ma per far ciò ci vuole politica, e pure con la P maiuscola. Ci vuole un pensiero forte che sostenga la nuova impalcatura statale, e una politica economica giusta o sbagliata ma strutturata e applicata. Da troppi anni invece in Italia si tira a campare, quando il mondo ci ha di fresco ricordato che – avanti così – non camperemo più.

Detto questo, la valutazione delle singole misure adottate dal Parlamento lascia il tempo che trova, e cioè quello della risposta ad un’emergenza, della volontà di dimostrare che l’Italia è in grado di badare a se stessa. L’imposta sul valore aggiunto è cresciuta di un punto, dal 20 al 21%: un aumento che in teoria dovrebbe essere “sterilizzato” nei prezzi dei beni in vendita, ma qui si teme che più d’uno ne approfitti per qualche deciso e ingiustificato rincaro. Tagli non meglio qualificati sono stati fatti alle dotazioni di ministeri ed enti locali: questi ultimi sono stati arruolati di forza nella lotta all’evasione fiscale. Si terranno il 100% delle somme recuperate.

Nuove tasse sono state applicate ai redditi (dichiarati) alti, alle cooperative, alle imprese del settore energetico, agli statali e ai pensionati con redditi sopra i 90 mila euro – un’assurdità rimasta perché qualcuno s’è dimenticato di cancellare questa norma inserita dentro il capitolo dipendenti pubblici, un esempio della professionalità con cui s’è approntata questa manovra ferragostana.

Anche le donne cominceranno a vedere la pensione come un miraggio, e s’è introdotta una norma sui licenziamenti (più facili se c’è accordo aziendale o di categoria con i sindacati) che ha tutte le carte in regola per diventare materia di troppe parole e di nessun risultato.

La lotta all’evasione fiscale sarà certamente incrementata, stante l’impossibilità di fare peggio d’ora; e ci baloccherà nei prossimi mesi su come e quanto tagliare i costi della politica: basta che non sia tanto e subito. Una riforma del sistema fiscale più a misura delle esigenze delle famiglie, magari con figli, finisce catalogata alla voce “miraggi”.

Il vero problema, a ben guardare, rimane un altro. Dal baratro non ci ha salvato né la politica italiana né questa manovra, ma il massiccio intervento della Bce a sostegno dei nostri titoli pubblici. I tedeschi sono per ora obbligati a soccorrerci, ma sono pure stra-stufi di pagare di tasca loro i gozzovigli sudeuropei. La prossima volta potrebbero intimarci di chiarire quale parte d’Italia intenda rimanere agganciata ad Europa ed euro, e quale invece si rassegni alla deriva. E la frattura a quel punto rischierà di essere geografica.  

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