Oltre la festa consumistica, cogliere l’occasione per conoscere le donne che vivono la maternità. La professoressa Chiara Giaccardi ci spiega come “svolge” il doppio ruolo

di Pino NARDI

Famiglia

Essere madre oggi. Nella giornata che la vuole festeggiare, al di là del circo consumistico, si può cogliere l’occasione per capire come le donne vivono questa dimensione così importante per la vita personale, ma anche per l’intera società. Temi che ben si innestano nel cammino che la Chiesa ambrosiana sta percorrendo in vista dell’Incontro mondiale delle famiglie del 2012 proprio sul tema “La famiglia, il lavoro e la festa”. Ne parliamo con Chiara Giaccardi: insegna Sociologia e antropologia dei media alla Cattolica, ha 5 figli naturali più una in affido e vive, con un’altra famiglia di amici, in una struttura che fa accoglienza e accompagnamento all’integrazione di famiglie di stranieri (www.eskenosen.org).

Sulla base della sua esperienza di vita, cosa vuol dire oggi essere madre e lavoratrice?
Premetto che parlo dalla mia prospettiva che è certamente privilegiata: ho infatti la fortuna di fare un lavoro che mi piace molto, soprattutto perché implica un’attenzione costante ai mutamenti del mondo che ci circonda – cosa che mi è poi molto utile anche nel mio ruolo di madre – e che, pur essendo molto impegnativo, ha tempi flessibili, e quindi più compatibili con i ritmi familiari rispetto ad altri tipi di occupazione. È anche un lavoro in cui il fatto di avere tanti figli di età diverse (dai 13 ai 24 anni, maschi e femmine) mi aiuta molto non solo a capire come il mondo sta cambiando, ma anche a trovare i modi giusti per comunicare con gli studenti, per esempio. Anche se in alcuni momenti possono verificarsi “conflitti di ruolo”, il mio compito sia sul lavoro sia in famiglia è di tipo educativo, e questo crea senz’altro una sinergia virtuosa. Anche perché educare significa prima di tutto saper ascoltare e lasciarsi educare, in un rapporto che, pur non essendo simmetrico (non credo alla mamma-amica, né tantomeno alla prof compagnona), è di totale reciprocità e scambio continuo.

Dunque “mamma acrobata”?
Un po’ di acrobazia è inevitabile, ma questo rappresenta una sfida per la creatività, la collaborazione con il partner, l’invenzione di modi, tempi e “riti” dello stare insieme nel tessuto di una quotidianità complessa. Una sfida che, affrontata con responsabilità e impegno, ha un altissimo potenziale generativo di grandi soddisfazioni, sorprese, scoperte.

Le donne che diventano madri sono molto penalizzate nel rientro nel mondo del lavoro. Cosa si può fare?
Anche qui posso dire che la mia storia è stata fortunata (ma preferisco vederci la mano della Provvidenza), perché ho lavorato con un grande studioso, il professor Gianfranco Bettetini, allora direttore dell’Istituto di Scienze della comunicazione della Cattolica, a sua volta padre di una numerosa schiera di figli e convinto difensore della sacralità della famiglia. Mi ricordo che ogni volta che gli comunicavo: «Professore, aspetto un bambino», invece di dirmi «Ancora!» o «Adesso come facciamo con le scadenze?», mi sorrideva e mi diceva «Brava!». Ho avuto tre gravidanze da “precaria”, con i relativi sacrifici e le difficoltà anche economiche, ma guardando indietro sono molto orgogliosa di quegli anni eroici (qualcuno, sbagliando, direbbe incoscienti), per non aver sacrificato la famiglia – che per me era la priorità – alla carriera, che poi è arrivata lo stesso, e prima che per molti altri colleghi più “prudenti”. Per me è stato fondamentale l’aiuto e l’appoggio di mio marito, e credo che sarebbe molto più facile per le donne conciliare maternità e lavoro se potessero contare su una rete di solidarietà informale ma concreta, di quella che esisteva spontaneamente in contesti meno complessi e non mononucleari come i nostri. Bisognerebbe esercitare la fantasia per immaginare soluzioni di mutuo aiuto tra vicine per esempio, vincendo la diffidenza e l’individualismo che spesso ci paralizzano.

Le madri devono “reinventarsi” un’attività: per esempio la Rete può essere una strada nuova?
La Rete può certamente essere un aiuto in molti casi, sia per svolgere almeno parte del proprio lavoro da casa, sia per inventarsi nuovi modi di partecipazione attiva alla vita economica. Ma resto del parere che molto possono fare le reti relazionali che si è in grado di attivare, allargare, mantenere.

Il Welfare deve essere ripensato per venire incontro alle esigenze delle mamme? Come?
Credo che il Welfare debba essere ripensato in modo meno centralizzato e più legato ai territori, che debba farsi capace di sostenere dove esistono, e facilitare dove non ci sono, le occasioni, le iniziative, le reti, gli spazi in cui le mamme possono trovare punti di appoggio, ma anche momenti di condivisione e scambio che le sostengano nella sfida della genitorialità, in sinergia con altre istituzioni come la scuola (che tenuta aperta e animata oltre gli orari scolastici può essere un luogo di incontro e aggregazione, come dimostrano alcuni esperimenti riusciti in varie città italiane) o le parrocchie.

Come vive la festa in famiglia?
La festa è fondamentale, perché rompe l’equivalenza dei tempi quotidiani e consente di stabilire un ritmo che dà significato all’esistenza. Oggi però c’è una banalizzazione della festa, sia perché viene tendenzialmente spogliata della sua dimensione collettiva sia, soprattutto, sempre più anche della sua componente di sacralità, per diventare un altro ambito colonizzato dal consumo, dove le persone, senza rendersene conto, continuano a lavorare producendo reddito attraverso la loro attività di acquisto. La dimensione sacra, rifiutata nella sua veste religiosa, riemerge così nella forma dei pellegrinaggi alle “cattedrali del consumo” o nella partecipazione di massa ma individuale alle cerimonie calcistiche e così via… La famiglia è per me un luogo di resistenza nei confronti di queste derive che tendono a schiacciarla. Oggi la crisi della famiglia è al tempo stesso occasione per la sua rinascita, come dimostrano gli ormai numerosi modelli di famiglia allargata che provano a trasformare le ragioni della sua crisi in occasione per inventare nuove forme di convivenza e convivialità. Rimettere al centro dell’attenzione la famiglia, significa, in questo senso riuscire a rimettere in discussione il modo in cui il lavoro e la festa vengono definiti nell’attuale modello di sviluppo.

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