Nel balletto di responsabilità tra centro e periferia, è difficile trovare un metro di giudizio per valutare l’operato di sindaci e governatori

di Nicola SALVAGNIN

euro

Siamo appena passati da un round di pagamenti della Tasi e dell’Imu “seconda casa” (e la Tari, l’avete pagata la tassa rifiuti?), col solito corollario di incertezze legate alle aliquote, all’acconto-saldo, al modulo da compilare, ai calcoli da fare o rifare…, che solo ora, a bocce ferme, possiamo ragionare sul guazzabuglio di imposte legate al mattone.

Che sia un guazzabuglio non lo nega nessuno, neppure chi se l’è inventato. Abbiamo già scritto più e più volte che, se questo è il modo di semplificare le cose, sarebbe stato meglio tenersi le antiche complicazioni. Non c’è solo (molto) da pagare, ma tutta una serie di scadenze, pagamenti, chiarimenti, cambiamenti che fanno venire il mal di pancia alla maggioranza degli italiani. Figuriamoci agli stranieri che hanno avuto la bella idea di investire nell’italico mattone. O che vorrebbero farlo.

La questione è un’altra. Quelle sugli immobili sono imposte che hanno una forte connotazione localistica: vuoi perché calibrate dai Comuni, vuoi perché in buona parte incassate dagli stessi. E lasciamo perdere che, così, siamo di fronte a decine di migliaia di aliquote diverse sul territorio nazionale. Si diceva che era importante dare risorse fiscali agli enti locali non solo per farli funzionare senza dipendere dai trasferimenti statali, ma pure per misurare la qualità delle classe dirigenti locali.

Insomma: se vi tassano forte, se le aliquote spiccano il volo è perché sindaci e presidenti di Regione (nessuno dimentica l’Irpef che paghiamo a entrambi) sono incapaci di guidare bene i loro enti. Di farli stare in equilibrio finanziario senza spremere i cittadini residenti.

Una cosa molto all’americana, insomma. Quando una città a stelle e strisce rischia la bancarotta, e quindi rischia di non pagare dipendenti, fornitori, polizia locale ecc, i sindaci alzano le tasse o tagliano il tagliabile, o entrambe le cose. Oppure si fa appunto bancarotta. Le capacità e le politiche di chi li governa vengono ben parametrati dai portafogli e dai servizi dei cittadini, che poi se ne ricordano al momento del voto.

Ma in Italia? Non si capisce nulla, o quasi. Lo Stato scarica servizi e taglia risorse agli enti locali; questi si lamentano ormai da anni di non farcela a garantire quella serie di servizi (autobus, scuole per l’infanzia, un po’ di cultura e turismo, anagrafe, vigilanza…) a cui siamo abituati. Non si capisce mai chi faccia il furbo, o chi vinca la gara di furbizia: se lo Stato che sbologna patate bollenti, o i sindaci che piangono più o meno a ragione. Lo Stato spesso scarica responsabilità che non si vuole prendere; i sindaci chiudono magari un centro di accoglienza, ma mai un ente economico ben fornito di poltrone e prebende.

E così non si valutano operato e risultati di nessuno. Si assiste allo scaricabarile: tra centro e periferia, tra Comuni e Regione, tra amministrazioni e governi precedenti, e quelli attuali. Tra Europa e noi. Noi che stiamo dentro il barile: non ci rimane che pagare. Purtroppo non è nemmeno vero che questa confusione – di responsabilità e della nostra capacità di individuarle – non provoca “spiacevoli effetti collaterali”, quando si registra ormai che due elettori su cinque evitano accuratamente l’urna elettorale. E la compagnia s’ingrossa di elezione in elezione.

 

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