Qualche consiglio ai giovani in attesa di una politica industriale che riduca le tasse sul lavoro, favorisca una maggiore flessibilità e agevoli il ricambio generazionale

di Andrea CASAVECCHIA
Agenzia Sir

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Per la nuova generazione appaiono tre fragilità quando si confronta con il mercato del lavoro in Italia. Le ha delineate il rapporto Ocse sull’occupazione, che presenta i dati del 2012 nei diversi Paesi: tra gli under 25 si calcola una disoccupazione del 35,3% e una quota di lavoratori con contratti precari che arriva al 52,9%, nel 2000 erano il 26,2%; poi c’è la sacca dei Neet, scoraggiati e delusi, che raggiunge il 21,4%.

Per alimentare nuova occupazione, specie quella giovanile, sentiamo di suggerire in genere tre misure: la riduzione delle tasse sul lavoro per incoraggiare le assunzioni da parte delle imprese, l’introduzione di incentivi per agevolare il ricambio generazionale, l’eliminazione di regole per una maggiore flessibilità.

Finora l’Italia ha favorito l’ultima che, però, rivela tutte le sue vulnerabilità, generando situazioni di precarietà: bassa retribuzione; scarse misure sociali, perché non si contempla un sostegno per integrare reddito e l’indennità di disoccupazione è limitata nel tempo; nessun investimento sulla qualificazione professionale, dato che le aziende non hanno interesse a migliorare le competenze di dipendenti a tempo.

Adesso si disegnano progetti per agire anche sulle altre due misure e vedremo i risultati quando sarà completo il Piano sull’occupazione: utile per l’urgenza del momento. Purtroppo ancora mancherà una direzione perché tutte queste indicazioni servono a stimolare un ingranaggio esistente, mentre oggi non è sufficiente: dobbiamo affrontare un cambio di sistema. Molti attribuiscono il passaggio alla crisi finanziaria, altri lo spiegano con la combinazione tra eccesso di sovrapproduzione e insostenibilità ecologica, altri ancora con le innovazioni tecnologiche. In ogni caso ne derivano cambiamenti non solo di modi di produrre, ma di beni e servizi da produrre.

Per alimentare nuova occupazione, soprattutto giovanile, sarebbe opportuno proiettarsi verso il futuro e cercare di prevedere possibilità dalle potenzialità già esistenti. Da lì costruire una politica industriale che l’Italia attende da decenni, scegliendo dove stimolare gli investimenti e dove no.

Alcuni studi anglosassoni indicano tre aree di impiego in crescita per il futuro: high tech, dal quale provengono alcuni lavori di nicchia, come i progettisti di scheletri robotici da indossare se ci si frattura una gamba o per sollevare senza sforzo dei pesi improbabili, altri lavori più accessibili come il broad band architect, un elettricista capace di coniugare impianti elettrici con informatica e web nelle case; la green economy, dalla quale si prevede emergano lavori come il manager energetico per la riduzione dei consumi di un’azienda, oppure l’agricoltore verticale, che progetta orti sulle pareti degli edifici; i servizi alla persona sono la terza area: aumenteranno gli o le assistenti familiari, ma anche i personal trainer e gli infermieri, mentre cambieranno alcuni dei mestieri più tradizionali come l’insegnante che entrerà in un sistema di didattica digitalizzata.

Se nella prima area in Italia ancora si fatica, alcune indicazioni sulle altre due le abbiamo. Per i servizi alla persona è sufficiente guardare il numero di colf e badanti e il progressivo invecchiamento demografico, sulla green economy ci sono dati incoraggianti, dato che sono 59mila le aziende agricole gestite da under 30.

Quando i giovani usciranno dalla precarietà, avremo conosciuto una politica industriale.

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