Sul dibattito in corso sulla teoria del “gender” interviene Domenico Simeone, docente di pedagogia alla facoltà di Scienza della formazione all’Università cattolica e presidente della Confederazione italiana dei consultori familiari d’ispirazione cristiana

di Pino NARDI

Domenico Simeone

«L’ideologia del genere mette in discussione l’ecologia umana della relazione uomo-donna, separa il corpo dall’identità sessuale, nega la differenza sessuale tra uomo e donna, modificando e snaturando il significato della sessualità, della relazione di coppia e del significato stesso di famiglia». Lo sottolinea Domenico Simeone, docente di pedagogia presso la facoltà di Scienza della formazione all’Università cattolica e presidente della Confederazione italiana dei consultori familiari d’ispirazione cristiana.

In queste settimane si sta sviluppando il dibattito sulla teoria del gender. Cosa si intende e quali sono i rischi?
In realtà il dibattito sul gender risale agli anni Sessanta, quando nel movimento femminista iniziò a farsi strada l’idea che femminilità e mascolinità non sarebbero determinate in modo fondamentale dal sesso biologico, bensì dalla cultura. Ma se gli studi di genere hanno avuto anche il merito di mettere in evidenza le disuguaglianze e le discriminazioni sociali nei confronti delle donne, si sono poi trasformati in movimento ideologico. Tale approccio ha modificato il modo di guardare le strutture della sessualità umana distinguendo il sesso biologico, il sesso sociale e l’identità sessuale fondata su orientamenti sessuali posti sullo stesso piano. Per questo il concetto di gender è stato ripreso dai movimenti Lgbt (Lesbiche Gay Bisessuali Transgender). Essere passati da osservazioni esistenziali a conclusioni strutturali e antropologiche apre questa prospettiva a notevoli rischi.

La proposta di diffondere nelle scuole opuscoli e invitare a testimonianze da parte di associazioni gay anche senza contraddittorio quali danni può produrre nella formazione dei ragazzi?
Queste proposte spesso sono il pretesto per diffondere un’ideologia sulla sessualità, trasformando la scuola in un contesto in cui guadagnare consenso. Ogni azione di indottrinamento omologa e non favorisce lo sviluppo di un pensiero critico. In realtà ci sarebbe bisogno di un’autentica educazione alla sessualità e all’affettività che parta dai bisogni delle ragazze e dei ragazzi e che coinvolga le famiglie e gli insegnanti. Si tratta di accompagnare il processo di crescita dei ragazzi non in modo strumentale, ma cogliendo i loro bisogni più autentici. In modo particolare durante la preadolescenza e l’adolescenza i ragazzi e le ragazze hanno bisogno di avere un’educazione sessuale che li aiuti a integrare conoscenza, affetti e valori. Per una piena educazione della persona sessuata non è sufficiente l’informazione, a maggior ragione quando è strumentale ai bisogni e alle ideologie degli adulti.

Quali proposte alternative si possono fare per contrastare la diffusione dell’omofobia?
Il termine “omofobia”, ormai entrato nel linguaggio comune, non è del tutto appropriato per descrivere quei fenomeni d’intolleranza e di discriminazione nei confronti delle persone omosessuali e lesbiche. Questi fenomeni di discriminazione vanno combattuti con un’educazione al rispetto della persona e per tutte le persone. Per raggiungere questi obiettivi non è necessario ricorrere a programmi standardizzati e costruiti con l’obiettivo di divulgare informazioni parziali e riduttive sulla sessualità, quanto piuttosto educare alla relazione, all’accoglienza e al confronto con l’altro.

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