I pro e i contro vanno valutati bene

di Nicola SALVAGNIN

Negozi

Se c’è un argomento sul quale Mario Monti può essere accreditato come uno dei maggiori esperti europei, è quello della concorrenza: per quasi un decennio è stata la massima autorità comunitaria nel settore, con una verve capace di affrontare (con successo) pure giganti mondiali come Microsoft. Chi ha avuto a che fare con il commissario europeo Monti, sa che l’uomo è ferrato e… ferreo.

Figuriamoci quindi se – da Presidente del Consiglio bisognoso di riattivare un’economia catatonica – non si sarebbe occupato di sferzare i mercati interni, di affrontare monopòli vari, di scrostare rendite di posizione, di abbattere barriere e ostacoli alla libera concorrenza. Li conosce perfettamente, sa che c’è molto da fare.

Infatti l’ha fatto. Non ancora completamente, non ancora in tutti i dettagli, ma la sfida a lobby, circoli chiusi, roccaforti e protezionismi, “colli di bottiglia” e “riserve indiane” è stata lanciata a gran voce. L’obiettivo è sferzare l’economia, quindi l’occupazione e in particolar modo quella giovanile.

Che fare, dunque? Beh, se si guarda con attenzione il mondo dell’energia e delle reti infrastrutturali, delle banche e delle assicurazioni, dei trasporti pubblici e della distribuzione postale, della televisione e del commercio, delle professioni e quant’altro ancora, di carne da mettere al fuoco ce ne sarebbe parecchia. Farlo, è altra questione. E valutare attentamente ogni singolo provvedimento, è certo cosa buona e giusta per evitare di soddisfare il principio generale (più concorrenza, più libertà) magari producendo l’effetto opposto.

Un esempio? Il più classico: i taxi. C’è una licenza, una regolamentazione del loro numero, sicuramente una certa carenza di auto gialle in certe città. Ma, appunto, in tre o quattro grandi città italiane: altrove la situazione è (per i taxisti) molto meno rosea, e lo testimoniano i chilometri fatti e i loro redditi. Una liberalizzazione generalizzata rischia di risolvere i problemi dei passeggeri usciti dalla stazione di Roma Termini, ma di mandare in tilt l’esile rete di taxi esistenti in quasi tutte le città italiane. Pure nella iper-liberista e sovraffollata New York le licenze sono numerate. Quindi sarà vitale liberalizzare cum grano salis, così come nelle professioni.

I giornalisti conoscono perfettamente gli esiti di una professione di fatto liberalizzata. Le barriere d’ingresso sono quasi fittizie; chiunque può collaborare con una testata senza il minimo requisito professionale; il tariffario minimo – reliquia mai utilizzata – è da anni oggetto di amari sorrisi da parte di chi lo compulsa. Risultato? Retribuzioni in caduta libera, sfruttamento indegno dei giovani, un gioco al ribasso che non ha fatto l’interesse di nessuno, a eccezione di qualche editore. Nessun incremento occupazionale; anzi.

Sostenere che vi siano pochi avvocati o architetti in Italia può essere fatto solo da chi vive su Marte. E che uno sia medico con tutti i crismi, lo pretendiamo con forza nel momento in cui appoggia il bisturi sulla nostra pelle. Anche qui, quindi, vanno stanati i veri colli di bottiglia, senza per questo rompere la bottiglia stessa in nome del principio.

Perché i principi sono ottimi sulla carta, ma a volte un po’ meno nel giorno dopo giorno. La liberalizzazione delle strutture commerciali (salvo mirati casi, da oltre un decennio non occorre una licenza per aprire un negozio) ha portato a un fiorire di neo-imprenditori; ma non è che se i negozi triplicano, allora triplica pure la spesa dei consumatori. Il vero rischio è che si riduca per moltissimi la fettina di torta da spartirsi. Finché diventa insufficiente.

E il vero rischio nella completa liberalizzazione degli orari di apertura dei negozi, in vigore da inizio anno, è che se ne avvantaggi solo la grande distribuzione, per antonomasia più organizzata di un piccolo commercio già in ritirata dai quartieri periferici e dai borghi. Lasciando perdere (ma non vorremmo farlo) la domenica ridotta a un giovedì qualsiasi; alle esigenze dei lavoratori del commercio – tra i quali i titolari stessi dell’esercizio commerciale – di avere una vita sociale, più che un’esistenza dettata da turni continui che non rispettano feste, né orari notturni.

Si parla poi di liberalizzare di più la vendita dei carburanti (ma qui è soprattutto lo Stato con le sue accise che “fa” il prezzo); dei farmaci, compresi gli orari delle farmacie; insomma di quanto l’Antitrust italiana ha già messo in nero su bianco.

Parliamoci chiaro: se il metro di valutazione è l’euro (nel senso di: milioni di), i punti nodali rimangono il settore dell’energia e quello finanziario. Ma chi è il maggiore azionista di quei colossi (Eni, Enel, Snam Rete Gas, Terna…) che fanno la voce grossa nel settore? Proprio lo Stato, che incamera succulenti dividendi da certe posizioni in odor di monopolio. E comunque, oltre a liberalizzare, occorre poi anche vigilare: per evitare quegli accordi sottobanco per aggirare la libertà di concorrenza (è capitato a benzina e assicurazioni) o quelle politiche di listino che non schiodano mai le automobili da certe “basi” di prezzo.

Le autostrade hanno tariffe concordate anche per stimolare gli investimenti privati nella loro costruzione e manutenzione; distribuire posta o muovere treni in certe tratte è solo puro costo: puoi liberalizzare quanto vuoi, ma nessuno fa concorrenza per perderci. Insomma, il capitolo va aperto, ma con grande attenzione. I pro e i contro vanno valutati bene, resistendo alle pressioni lobbistiche ma anche ai dogmatismi ideologici. Ogni medicina può essere ottima in certe dosi, dannosa o letale se si sbaglia.

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