I cambiamenti delle modalità di produzione e commercio dovuti ai processi di automazione e digitalizzazione influiscono fortemente sull’occupazione di moltissimi lavoratori e impongono di ripensare le forme di rappresentanza e di tutela

di Sergio COLOMBEROTTO
Responsabile Ufficio Lavoro Acli Milanesi

Robot

Dopo anni di dura crisi economica sembra consolidarsi una debole ripresa in termini di Pil, fiducia delle imprese, ripresa dei consumi, aumento dell’occupazione. Questo processo di riavvio si accompagna a una forte riorganizzazione del lavoro che gli esperti chiamano Lavoro 4.0.

Dietro questo termine generico di recente introduzione si può riconoscere un processo di forte digitalizzazione dei processi di promozione e commercializzazione dei prodotti a livello mondiale realizzato attraverso piattaforme digitali – che viene sinteticamente definito gig economy – e una forte automazione dei processi produttivi, soprattutto a livello industriale, che prende il nome di Industria 4.0.

Industria 4.0 sta diventando sempre più familiare perché è un termine molto utilizzato dai media e da politici, economisti e industriali nei convegni per rappresentare una produzione realizzata attraverso l’automazione, un diverso rapporto uomo-macchina, l’impiego di nuove tecnologie come le stampanti 3D, un controllo elettronico molto forte dei processi produttivi finalizzato a una elevata flessibilità e capacità di personalizzare i prodotti pur rispettando standard di qualità generali.

Questi cambiamenti delle modalità di produrre e di commercializzare hanno effetti sul modo di lavorare di moltissimi lavoratori: si calcola che circa il 10% delle mansioni scomparirà a causa dell’automazione e che tra il 30 e il 40% verrà fortemente modificato per la stessa ragione. Si prevede quindi un forte impatto, sia qualitativo, sia quantitativo sul lavoro umano necessario alla produzione. Infine, l’ultimo elemento da considerare è che la dimensione internazionale dell’economia, da anni fortemente condizionata dalla finanza, verrà rafforzata dalla diffusione della gig economy e dall’industria 4.0.

Questa evoluzione potrebbe indebolire ulteriormente le possibilità di controllo politico e democratico sull’economia e, certamente, pone una serie di questioni alle organizzazioni sindacali sulle forme di rappresentanza e di tutela dei lavoratori. Come possono istituzioni nazionali e locali (regionali, comunali, ecc) e organizzazioni sindacali o di rappresentanza dei lavoratori come quelle attuali orientare i processi economici globali? E come possono almeno influenzare questi processi in modo da ridurre gli impatti negativi previsti, garantire i diritti dei lavoratori e aiutarli ad adattarsi al lavoro del futuro? Per rispondere a queste domande occorre prima di tutto conoscere più a fondo le questioni e i processi in atto e avere ben chiari i valori e i diritti che si vogliono tutelare.

Il convegno di Studi “Valore Lavoro” tenuto a Napoli lo scorso autunno e le Settimane sociali dei cattolici italiani di Cagliari, un mese dopo, sono stati certamente occasioni importanti di riflessione e approfondimento di questi temi fatto in una prospettiva etica. Percorsi fatti assieme ad altre organizzazioni e associazioni e che si sono avvalsi dei contributi di economisti, sociologi, filosofi, giornalisti, imprenditori, politici, sindacalisti, religiosi. Riflessioni articolate, ma che hanno evidenziato alcuni nodi fondamentali.

Prima di tutto rimettere al centro la persona, partendo dal grande patrimonio del pensiero sociale della Chiesa cattolica e riformulato dai documenti di papa Francesco, in particolare la Laudato Si’ e la Evangelii Gaudium. In questi documenti, come in altri numerosi interventi, papa Francesco ha espresso giudizi e indicazioni chiare sull’economia contemporanea e sull’importanza del lavoro nella vita della persona. Un lavoro che deve essere possibile per tutti affinché ciascuno possa contribuire al bene comune della comunità in cui vive, ma che per essere degno dell’uomo deve essere libero, creativo, partecipativo e solidale.

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