Poco lavoro a disposizione e quello che si riesce a trovare non è remunerato a sufficienza

di Andrea CASAVECCHIA

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Trovare un posto nella società per un giovane oggi è più complicato che in passato. Per lui il periodo che vive l’Europa non è tra i più floridi. Offrire le condizioni e le opportunità perché le nuove generazioni possano costruirsi un futuro è una sfida non solo italiana, ma continentale.

Sono diversi gli studi che mostrano le difficoltà che incontrano i giovani, a cominciare dall’ingresso nel mondo lavorativo, per poi continuare con l’autonomia abitativa, per concludere con un’insicurezza sulle prospettive di futuro e la crescita della povertà nella loro fascia d’età.

Non c’è solo la disoccupazione, quindi, anche se i dati ci indicano che oltre 5 milioni di giovani sono disoccupati e un giovane su cinque non trova lavoro. Dobbiamo affrontare una diffusa precarietà e una significativa crescita della sottoccupazione.

Spesso le responsabilità sono attribuite al sistema dell’istruzione che non è in grado di rispondere alle esigenze del mercato. Lo abbiamo sentito talmente spesso che forse possiamo iniziare a cercare altre cause. A partire dall’impostazione di un mercato del lavoro flessibile che da una parte non offre un numero sufficiente di posizioni stabili e dall’altra parte crea soprattutto lavori a bassa qualifica. La tanto auspicata mobilità è soltanto orizzontale: per la grande maggioranza si traduce nello spostamento da un Paese all’altro, senza però crescita e progressione professionale.

Per la prima volta, evidenzia un sociologo inglese, Ken Roberts, la nuova generazione dei Paesi occidentali non vede prospettive di miglioramento della propria posizione rispetto ai propri genitori. Anzi, in diversi contesti la situazione peggiora tantoché in molti Paesi europei, a partire da quelli scandinavi e dalla Germania, i nuovi poveri sono i giovani; per loro è arduo accedere a un’abitazione e un miraggio raggiungere un lavoro sufficientemente remunerato e relativamente stabile. Così scopriamo che dove è più basso il tasso di disoccupazione giovanile è maggiore il numero dei workingpoor, quelli che con il loro lavoro non arrivano a fine mese.

L’ultima fragilità individuata è nei sistemi di welfare – come osserva Laura Antonucci – incapaci di affrontare i nuovi rischi sociali per i giovani, e non solo colpiti dai tagli derivanti dalla politica di austerity: politiche abitative, di orientamento al lavoro, di sostegno al reddito andrebbero completamente riorganizzati.

La famiglia è l’unica scialuppa di salvataggio in un simile contesto. Certo che se, da un lato, si rafforzano i legami intra-familiari tra le generazioni, dall’altro lato avere la famiglia come unica ancora di salvezza rischia di riprodurre nelle nuove generazioni le differenze socio-economiche esistenti, perché le risorse culturali, economiche, relazionali delle diverse famiglie sono più o meno ricche e quindi offrono un supporto più o meno importante ed efficace.

 

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