L’intervento europeo darà una risposta efficace alla necessità un intervento strutturale per porre termine all’emegenza nel Mediterraneo?

di Claudio URBANO

Mare Nostrum

Dopo l’annuncio del ministro dell’Interno Angelino Alfano insieme al commissario agli Affari Interni dell’Unione Europea Cecilia Malmström sull’avvio di una missione Frontex plus nel Mediterraneo entro la fine di novembre, che dovrebbe sostituirsi progressivamente a Mare Nostrum, l’interrogativo è se il tanto atteso intervento europeo sarà una risposta efficace alla necessità un intervento strutturale per l’immigrazione nel Mediterraneo. Se infatti nelle scorse settimane si è sottolineata anche la necessità di attivare corridoi umanitari già nei Paesi di transito dei migranti, in gran parte profughi in fuga dalle zone di guerra, l’annunciato impegno dell’agenzia europea Frontex partirà con mezzi ridotti rispetto a quelli messi in campo dalla Marina militare italiana.

Finora Frontex ha stabilito la prosecuzione di una propria missione già in corso nel Mediterraneo, Hermes, mentre il direttore di Frontex Jil Arias ha spiegato in un’audizione al Parlamento europeo che è allo studio una nuova missione, Triton – questo il nome che prenderà l’annunciata Frontex plus -, il cui inizio previsto per fine novembre «dipenderà sostanzialmente da due condizioni: la disponibilità dei fondi che saranno trasferiti dalla Commissione Ue e la disponibilità degli Stati membri a partecipare». Arias ha ricordato anche che «la nuova operazione non sostituirà Mare Nostrum», poiché questo «non è consentito né dal mandato, né dalla disponibilità delle risorse».

In un documento di lavoro di Frontex richiamato nei giorni scorsi da Avvenire, tra gli obiettivi della missione c’è anche quello di «supportare gli sforzi degli Stati nazionali nelle operazioni di ricerca e soccorso in mare». Il compito principale resterà però solo di pattugliamento, sia per i mezzi e i finanziamenti previsti finora (per esempio solo due motovedette d’altura rispetto alle sei navi ora utilizzate dalla Marina militare italiana), con un costo di circa 3 milioni al mese contro i 9 di Mare Nostrum, sia perché l’agenzia europea Frontex è stata pensata dagli Stati membri sostanzialmente come strumento di coordinamento nell’azione di controllo delle frontiere, mentre il soccorso in mare resta un compito dei singoli stati. Così le imbarcazioni di Frontex dovrebbero spingersi al massimo fino a 30 miglia dalle coste europee, mentre le navi italiane arrivano ora per il soccorso anche a ridosso delle acque dei Paesi africani.

Questi elementi hanno portato gli enti – cattolici e non – che si occupano a vario titolo di immigrazione a reazioni caute rispetto all’intervento europeo. La Cei attraverso la Fondazione Migrantes ha espresso preoccupazione per «il rischio di un ritorno a numerosi naufragi e morti» e ha auspicato «che gli obiettivi efficacemente realizzati dall’operazione Mare Nostrum possano continuare rafforzati su tutto il Mediterraneo con il coinvolgimento dei Paesi europei». Anche la portavoce dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati Carlotta Sami ha chiesto che «l’Europa continui a salvare vite umane», sottolineando come sia importante avere sì una strategia immediata, ma anche una «a medio e lungo termine per la protezione dei rifugiati». La necessità che l’intervento europeo continui con le stesse finalità di soccorso di Mare Nostrum è spiegata dall’Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione: spingendosi a ridosso dei Paesi africani le navi italiane hanno di fatto avvicinato la protezione nei confronti delle persone in fuga, costituendo così un’importante novità nella politica europea del diritto d’asilo e nel soccorso in mare. Una novità che verrebbe sconfessata, osserva l’Asgi, se Europa e Italia si limitassero ad “aspettare” i migranti al limite delle proprie acque territoriali. È infine padre Giovanni la Manna, presidente del Centro Astalli dei Gesuiti, a esplicitare il nodo di fondo: «L’Europa non risolverà mai il problema di mettere in sicurezza le persone, se non risponderà in maniera efficace e strutturale alla domanda: una persona che oggi scappa dall’Iraq, dalla Somalia, dall’Eritrea, dalla Siria come fa ad arrivare in maniera legale in Europa per chiedere asilo? A oggi i governi nazionali europei hanno più volte dimostrato di non voler dare una risposta, ignorando semplicemente la questione».

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