L’istantanea della visita sta in quel parlarsi fitto del Pontefice e del Presidente. Da Francesco la sottolineatura: «Il compito primario che spetta alla Chiesa è quello di testimoniare la misericordia di Dio e di incoraggiare generose risposte di solidarietà per aprire a un futuro di speranza». Da parte di Napolitano il rimpianto: “Quanto siamo lontani nel nostro Paese da quella “cultura dell’incontro” che Ella ama evocare»

di Maria Michela NICOLAIS e Luigi CRIMELLA

Francesco_Napolitano

Un Papa e un Presidente che parlano fitto, ben prima dell’inizio e molto oltre i colloqui ufficiali e i ritmi imposti dal protocollo. Non smetteranno più, per tutta la durata del loro incontro, come due vecchi amici che continuano un dialogo riprendendo esattamente da dove si erano interrotti. È questa l’“istantanea” più rappresentativa e simbolica della prima visita al Quirinale di Papa Francesco, il quinto Pontefice a recarsi in quella che fino al 1870 era stata la residenza ufficiale dei Pontefici.

Familiarità, sintonia, naturalezza, sobrietà e cordialità gli aggettivi più idonei a descrivere l’atmosfera di questa tiepida mattinata romana. «Dialogo, dialogo, dialogo», le tre “parole d’ordine” di Papa Francesco citate da Napolitano nel suo discorso. Al termine del suo, Papa Bergoglio ha definito quello tra i due “capi di Stato” un «incontro familiare», perché «dietro la funzione pubblica c’è sempre la famiglia», come ha spiegato lui stesso, a braccio, salutando i dipendenti del Quirinale con le loro famiglie. Il Quirinale e il Vaticano sono «due colli che si guardano con stima e simpatia», aveva detto Papa Francesco durante la visita del presidente Napolitano in Vaticano, l’8 giugno scorso. L’impressione della storica visita di oggi è che sia una tappa di un dialogo che continua. Il colloquio privato tra il Papa e il Presidente è durato circa mezz’ora.

Bussare alla porta

«Vorrei idealmente bussare alla porta di ogni abitante di questo Paese, dove si trovano le radici della mia famiglia terrena, e offrire a tutti la parola risanatrice e sempre nuova del Vangelo». Con queste parole Papa Francesco ha spiegato il senso della sua prima visita al Quirinale, durante la quale ha subito ricordato l’analoga visita del suo predecessore, Benedetto XVI, che definì il Colle «simbolica casa di tutti gli italiani». Costituzione e Concordato: sono queste, per il Papa, le basi per uno «sviluppo sereno», all’insegna della «collaborazione», dei rapporti tra Stato e Chiesa, «al servizio della persona umana in vista del bene comune, nella distinzione dei rispettivi ruoli e ambiti d’azione».

Lavoro e famiglia

La «insufficiente disponibilità di lavoro», per Papa Francesco, è la prima delle «tante questioni di fronte alle quali le nostre preoccupazioni sono comuni e le risposte possono essere convergenti», in un momento «segnato dalla crisi economica che fatica ad essere superata» e nel quale «è necessario moltiplicare gli sforzi per alleviarne le conseguenze e per cogliere ed irrobustire ogni segno di ripresa». Per il Papa, «il compito primario che spetta alla Chiesa è quello di testimoniare la misericordia di Dio e d’incoraggiare generose risposte di solidarietà per aprire a un futuro di speranza», perché «là dove cresce la speranza si moltiplicano anche le energie e l’impegno per la costruzione di un ordine sociale e civile più umano e più giusto, ed emergono nuove potenzialità per uno sviluppo sostenibile e sano». Dopo aver ripercorso idealmente i suoi tre viaggi apostolici nel nostro Paese – Lampedusa, Cagliari, Assisi – dove ha «toccato con mano le ferite che affliggono oggi tanta gente», il Papa ha fatto notare che «al centro delle speranze e delle difficoltà sociali, c’è la famiglia», che «mentre mette a disposizione della società le sue energie, chiede di essere apprezzata, valorizzata e tutelata». Infine, l’auspicio che «l’Italia, attingendo dal suo ricco patrimonio di valori civili e spirituali, sappia nuovamente trovare la creatività e la concordia» necessarie per «promuovere il bene comune e la dignità di ogni persona».

Per una «cultura dell’incontro»

Il discorso di benvenuto da parte del Presidente Napolitano all’ospite di “oltre Tevere” è stato ricco di espressioni di sincera e aperta considerazione e simpatia nei confronti del Papa. «Genuini sentimenti di vicinanza e di affetto», ha ricordato, che suggellano un clima del tutto riconciliato tra Stato e Chiesa e che sanciscono l’acquisizione culturale e istituzionale «della laicità e sovranità dello Stato», da un lato, e della «sovranità della Chiesa», dall’altro, entrambi impegnati per «la promozione dell’uomo e del bene del Paese». Napolitano si è anche avventurato in spazi non “suoi”, quando ha affermato a proposito dei pronunciamenti pontifici: «Ci ha colpito l’assenza di ogni dogmatismo, la presa di distanze da “posizioni non sfiorate da un margine di incertezza”, il richiamo a quel “lasciare spazio al dubbio” proprio delle “grandi guide del popolo di Dio”». Un elogio aperto allo stile di dialogo “con tutti”, così tipico del Papa, «anche con i più lontani e gli avversari»: «Quanto siamo lontani nel nostro Paese da quella cultura dell’incontro”», ha esclamato Napolitano. Infine, il Presidente ha parlato delle «sfide»: quelle internazionali (guerre, povertà, disoccupazione) e quelle italiane, con la politica alle prese con «la piaga della corruzione e dei più meschini particolarismi», in un Paese «travolto da esasperazioni di parte in un clima avvelenato e destabilizzante».

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