Con la nuova legge qualcosa si può fare

di Nicola SALVAGNIN

Dice il premier Monti che ha bisogno di portare una riforma del lavoro approvata davanti ai partner europei e ciò è avvenuto il 27 giugno alla Camera. È questo il segno che non si confida più di convincere i mercati ad allentare la presa sul collo dell’Italia, ma direttamente certi Paesi europei che potrebbero salvarci, Germania in primis. Perché la riforma Fornero non è certo un passo epocale, e già tutti affermano che – poi – verrà ritoccata di qua e di là.

Le più trancianti sono state le cosiddette “parti sociali”, con il neo-presidente di Confindustria a definirla «una boiata» (poca flessibilità in uscita, più rigidità in entrata) e la Cgil addirittura a fare le barricate. Una riforma che il centrodestra vuole appunto successivamente emendare nelle norme previste per dare un giro di vite alla flessibilità lavorativa, e il centrosinistra nelle norme che modificano gli ammortizzatori sociali.

Siccome è tempo di fare le riforme, bisognava pure fare questa. Avrà efficacia assai relativa – come la recente sulle liberalizzazioni -, ma dà un senso molto politico all’azione del Governo: fa appunto vedere all’estero che non ce ne stiamo qui con le mani in mano, che siamo impegnatissimi a cambiare le cose, che siamo un Paese serio. Insomma sono i fiori portati alla moglie per farsi perdonare mancanze passate: un segnale di cambiamento.

Poi, cambiare le cose in Italia è tutt’altra faccenda. Con la riforma si smonta in parte la normativa sui licenziamenti nelle aziende con più di 15 dipendenti, tenendo sempre conto che in materia fa più la giurisprudenza dei tribunali che la legge; si spauracchia l’impiego pubblico ventilando l’addio definitivo al posto fisso (ma tra il dire e il fare…); si cambiano le norme sull’apprendistato, sui contratti a tempo, sulle false partite Iva, con logiche giustissime. Salvo dimenticarsi che, nella sostanza, siamo i campioni mondiali di aggiramento delle norme stesse, veri produttori di soluzioni fantasiose che “gabbano lo santo”.

Diciamo allora che la parte migliore promana dallo spirito che ha permeato la costruzione della riforma, e ci rifacciamo alle parole espresse dal ministro Elsa Fornero: far capire che è importante il lavoratore e non il posto di lavoro (se questo ormai è “morto”); eliminare, dal necessario concetto di flessibilità, l’ingiusta zecca dello sfruttamento che la trasforma in precarietà; spostare il sistema delle relazioni industriali dal 1970 – dov’era incagliato – al 2020, a un mondo che nel frattempo è cambiato totalmente.

Cosa volete che sia lo spaccare il capello sulle caratteristiche di un licenziamento (discriminatorio o disciplinare?), per quanto sia giusto farlo, quando il vero problema è la mancanza di lavoro, la progressiva scomparsa di aziende che non ce la fanno ad affrontare la crisi o che si stanno spostando in altri Paesi dove lo spaccare il capello non è contemplato dalle leggi?

Quanto quindi alla nuova legge, attendiamo le successive modifiche – alcune necessarie, la riforma è stata fatta in breve tempo – e soprattutto speriamo che vada in porto quel cambiamento degli ammortizzatori sociali ormai indifferibile. La cassa integrazione mostra troppe rughe e soprattutto subiamo l’incapacità di trasportare un lavoratore espulso verso un nuovo impiego. I sostegni al reddito sono confusi, a macchia di leopardo, insufficienti; i Centri per l’impiego provinciali sono pura burocrazia, così come latita tutta l’azione di ri-formazione e di ricollocamento.

E speriamo che l’azione riformatrice sia la più ampia possibile, interessando pure la scuola e la derelitta formazione professionale. L’Italia oggi è un Paese dove ci sono province a disoccupazione quasi totale (vivono di pubblico impiego e agricoltura), e territori alla disperata ricerca di personale che non trovano: in Toscana il boom della pelletteria di lusso non trova manodopera, le aziende del mobile veneto-lombarde pure, le strutture turistiche faticano a reperire personale. Mancano i camerieri, abbondano i laureati costretti a fare i camerieri: c’è qualcosa che non va.

Ecco, il valore della riforma Fornero è questo: abbiamo smesso di parlare, e basta. Ora si fa. Qualcosa ma si fa.

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