Il Secondo Rapporto Bes (Benessere equo e solidale) registra un livello di fiducia negli altri molto basso: solo il 20,9%

di Andrea CASAVECCHIA

gente

Individuiamo i sintomi di un malessere generalizzato, insieme ai suoi anticorpi, quando osserviamo lo stato delle relazioni sociali in Italia: un indicatore cruciale per capire qual è la nostra qualità della vita, perché nelle relazioni personali si forma la fiducia che amalgama una comunità.

Purtroppo la nostra socialità non si traduce in fiducia nell’altro. Potrebbe essere questa un’immagine che sintetizza il Secondo Rapporto Bes (Benessere equo e solidale): una buona pratica italiana, per la quale bisogna ringraziare l’impegno di Cnel e Istat. Parliamo del tentativo di rappresentare lo stato dell’arte della società italiana in modo più ampio del semplicistico Pil che, come affermava Robert Kennedy, dice tutto di una nazione tranne quello che è veramente importante.

La fotografia che ci ritrae mostra luci e ombre della nostra socialità, espressa in famiglia, nelle amicizie, nella partecipazione alle reti comunitarie.

In primo luogo c’è una leggera flessione nella soddisfazione per le relazioni familiari, per tradizione positive in Italia: in un anno calano quelli che si dichiarano molto soddisfatti dal 36,8% al 33,4%, compensati dagli abbastanza soddisfatti, 56,8% contro 54,2%, e dai poco soddisfatti 6,4% contro il 5,7%. Un simile andamento, si ritrova tra le relazioni amicali, che hanno di solito livelli meno positivi: qui sono i “per niente soddisfatti” a passare in un anno dall’11% al 12,7%.

L’ombra che appare dietro questi flussi è quella di un affaticamento, che però non intacca la solidità di alcuni legami, dato che tra i cittadini aumenta la percezione di una rete di sostegno ampia: l’80,8% afferma di avere parenti, amici o vicini su cui contare, un forte incremento, perché nel 2009 la quota toccava il 76% dei cittadini.

In secondo luogo si assiste alla riduzione della partecipazione alla vita sociale: in attività di associazioni e circoli sportivi, ricreativi, culturali e civici è coinvolto il 22,5% della popolazione. Scendiamo di un punto percentuale rispetto al 2012 e addirittura una diminuzione del 3,7%, in confronto al 2010. Quando invece viene aggiunta la partecipazione a incontri o iniziative proposte da soggetti religiosi la quota dei cittadini coinvolti sale al 31,6%. La rilevazione ci permette di cogliere due indicazioni: da un lato, la scarsa attività civica è un sintomo della diffusione dell’individualismo che fomenta il disinteresse verso il bene collettivo; dall’altro lato, si segnala il contributo che i soggetti ecclesiali offrono e possono offrire alla vitalità civile e sociale del nostro Paese.

Queste luci e ombre condizionano il nostro livello di fiducia negli altri che è basso: “Nel 2013 solo il 20,9% ritiene che gran parte della gente sia degna di fiducia”, contro una media dei paesi Ocse è del 33%.

Allora la socialità che alimenta la fiducia sembra essere a due velocità mentre rimane forte nella rete di prossimità più circoscritta, rallenta vistosamente quando ci allarghiamo alla comunità più ampia. Qui ci disgreghiamo.

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