Un attacco al quale si risponde informando e informandosi

di Alberto CAMPOLEONI

Pagamento Ici

Alla fine di un anno che ha visto ripartire un attacco alla Chiesa per la questione Ici vale la pena riproporre qualche riflessione.

La prima è sul merito. «La Chiesa paga l’Ici», ha detto senza giri di parole il cardinale Angelo Bagnasco, affrontando senza reticenze e in diverse occasioni il problema. Paga l’Ici secondo le norme italiane, che prevedono anche alcuni casi di esenzione per categorie di enti e di attività di valore sociale. Dell’esenzione beneficiano non solo la Chiesa cattolica, ma anche altre confessioni ed enti non profit. E nei casi di eventuale elusione, «se provati – è sempre il cardinale Bagnasco a parlare -, devono essere accertati e sanzionati con rigore: nessuna copertura è dovuta a chi si sottrae al dovere di contribuire al benessere dei cittadini attraverso il pagamento delle imposte. Le tasse non sono un optional». Nessun privilegio, dunque, ma cittadinanza piena. La Chiesa, nei suoi più autorevoli rappresentanti, ha affrontato la questione senza reticenze.

Tuttavia il sospetto del “privilegio” torna di continuo, sospetto intollerabile se accostato alle moltissime attività che vedono proprio la Chiesa, i cristiani, laici, preti, religiosi e religiose in prima fila nell’affrontare “dalla parte degli ultimi” – quindi proprio fuori da ogni privilegio – le difficoltà che anche oggi affliggono il nostro Paese. Come mai persiste un’ostilità che trova spazio ed eco sui media verso la Chiesa e che per gran parte appare ingiustificata, disinformata, se non palesemente in mala fede?

Questa è la domanda da porsi. Il cardinale Martini, sul Corriere della sera, sfiora la questione rispondendo a un lettore che chiede “parole” autorevoli della Chiesa sulla crisi. Ricorda le parole già dette e soprattutto quelle “fatte”, incarnate nell’agire quotidiano di laici e presbiteri, di vescovi e comunità cristiane sempre in prima fila nell’aiutare i più poveri. Poi si chiede «come è possibile che si sappia così poco di ciò che nella Chiesa si dice o si fa». Ci si informa poco, aggiunge, non si leggono i giornali cattolici, «rarissimamente ne parlano i telegiornali, se non per qualche scandalo».

Esiste certamente un problema di informazione e non è poca cosa. Riguarda la stessa dinamica interna della Chiesa che “deve” farsi vedere e sentire, deve comunicare meglio, perché il Vangelo, anzitutto, arrivi all’uomo di ogni tempo. La “questione Ici” provoca però anche un’altra riflessione: l’obiezione alla Chiesa è, diciamo così, “di pancia”. Se ne ha la dimostrazione ascoltando quante volte emerge nelle discussioni un certo astio. È dunque un’obiezione che non si ferma al merito della tassa, ma ha una strategia di attacco generale alla Chiesa vista come centro di potere.

Le persone intellettualmente oneste sanno bene che la Chiesa non è affatto così e dove si mostra vulnerabile è impegnata a correggersi, a riformarsi ogni volta di più. E su questo piano che occorre dare risposta alla “provocazione” sull’Ici. Rimandando al mittente, certo, le falsità. Ma anche continuando sulla strada della trasparenza, facendo conoscere di più e meglio la realtà della Chiesa (quello che fa, quello che dice, quello che è), promuovendo un’informazione attenta e puntuale, adottando stili di vita sempre più coerenti e fedeli al Vangelo, a livello personale e comunitario.

Occorre aggiungere, ritornando alle parole del cardinale Martini, che accanto all’impegno della Chiesa di informare correttamente deve corrispondere anche l’impegno della gente a informarsi correttamente sulla vita e sul pensiero della Chiesa stessa. Fonti attendibili perché documentate non mancano e sono facilmente accessibili. Il richiamo vale per un’opinione pubblica spesso distratta e frettolosa, ma anche per quei cattolici che si fermano a notizie e titoli gridati da media che hanno obiettivi diversi da quello della ricerca della verità.

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