Intervista a padre Samir Khalil Samir, gesuita egiziano e islamologo di fama internazionale: venerdì 6 settembre a Gazzada interverrà alla XXXV Settimana di Storia religiosa euro-mediterranea

di Manuela BORRACCINO

Samir Khalil Samir

La vera Rivoluzione in Egitto «è quella che comincia adesso». Padre Samir Khalil Samir, islamologo gesuita egiziano di fama internazionale, tra gli sherpa di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI per il dialogo fra cristianesimo e islam, si dice «fiducioso» sui cambiamenti che attendono il suo Paese raggiunto via Skype a Wolfenbüttel, in Baviera, dove trascorre gli ultimi giorni di vacanza studio. Ma già il 6 settembre, alle 21, è atteso a Gazzada (Varese) per intervenire alla XXXV Settimana di Storia religiosa euro-mediterranea organizzata dalla Fondazione Ambrosiana Paolo VI.

Padre Samir, dopo l’estromissione dei Fratelli musulmani, lei vede una “restaurazione” in Egitto?
Direi di no, perché dopo essersi schierato a favore della popolazione nei giorni della destituzione di Mubarak, fino al 30 giugno l’esercito non è mai intervenuto. E poi le Forze armate non hanno guadagnato nulla dalla cacciata di Morsi: hanno nominato un governo di laici e si sono fatti garanti dell’ordine.

Lei ha difeso l’intervento dell’esercito. Perché la repressione era un male necessario?
Ci sono stati abusi da parte dell’esercito, ma guardiamo in faccia la realtà: sono stati i Fratelli musulmani a rifiutare qualsiasi compromesso, la prima dura legge della politica, e a ostinarsi a chiedere il ritorno di Morsi, che aveva perso il consenso della popolazione. Democrazia significa “il potere del popolo”: quando i giovani hanno lanciato la campagna per raccogliere firme contro Morsi, hanno superato i 22 milioni di firme documentabili. E al 30 giugno, chiedendo le dimissioni di Morsi, erano 30 milioni. E questo non è potere del popolo?.

Non è pericoloso estromettere dall’agone politico i Fratelli musulmani?
I Fratelli musulmani sono stati rigettati da tutti i governi dal 1928, anno della loro creazione, a oggi: i motivi per cui hanno vinto dopo la cacciata di Mubarak sono noti. Ora il dibattito è sulla creazione di un governo aperto a tutti, a condizione che qualsiasi atto di violenza escluda il partito che la fomenta e che si rispettino le norme della democrazia. Personalmente non sono d’accordo che vengano esclusi dalla politica a priori, ma chi ha scelto la violenza sì.

Oltre a tanti attivisti pacifici, si sono visti molti giovani violenti e iconoclasti, come si è visto dalla devastazione del Museo egizio di Minia. Lei pensa che si farà strada anche una diversa predicazione da parte dell’islam?
La situazione dell’istruzione in Egitto è catastrofica: l’analfabetismo colpisce il 40% della popolazione, chi sa leggere e scrivere ha appena una cultura di base, perché l’insegnamento è basato sulla memorizzazione e non sul ragionamento e la riflessione. Questo si riflette anche nella formazione religiosa: il rapporto fra fede e ragione è debolissimo, perché non si riflette sui brani del Corano. Le autorità religiose non sono meglio formate della popolazione media: e questa a mio avviso è la cosa più grave. La scuola islamica è fondamentalmente basata sull’imparare a memoria sia i versetti del Corano sia i detti di Maometto. Perciò l’intero sistema religioso islamico ha bisogno di una riforma, e credo che si farà: questa riforma è stata iniziata nell’800 in Egitto, in particolare con Rifa’a al-Tahtawi e più tardi con Giamâl ad-din al-Afghani e il grande imam Muhammad Abdo, rettore dell’Università islamica Al Azhar del Cairo, ed è stata bloccata dalla fondazione dei Fratelli musulmani nel 1928. Abdo (morto nel 1905) aveva una concezione molto più aperta dell’islam e del Corano degli imam di oggi, il che vuol dire che c’è stata un’involuzione rispetto alla Nahda, l’epoca del Rinascimento arabo. Questo è l’inizio di una primavera, e la vera Rivoluzione sarà quella che si fa adesso. Ci vorranno almeno una decina di anni per inaugurare un nuovo approccio alla cultura e alla riflessione, che tenga conto della modernità».

Non ci sono mai state così tante violenze contro i cristiani come dalla caduta di Mubarak, e le autorità religiose musulmane quasi non hanno reagito. Come spiega questi fatti?
Come dicevamo, il musulmano egiziano è incapace di usare positivamente il testo sacro: lo recita, diventando facile vittima del fanatismo e vittima dell’incitamento alla violenza in nome della fede. Personalmente sono fiducioso che ci sarà un cambiamento, perché sono in tanti nel mondo arabo a rendersi conto che negli ultimi 100 anni (anzi, negli ultimi sei secoli) non abbiamo contribuito al progresso dell’umanità. Perché questo? I fanatici dicono che il problema è che non siamo tornati alle origini dell’islam, la risposta dei liberali è affermare che siamo in questa condizione perché abbiamo guardato indietro anziché guardare avanti. La grande delusione che c’è stata contro i Fratelli musulmani dopo appena un anno ha mostrato il gap fra queste due posizioni: chi ha sperato in loro è rimasto fortemente deluso, perciò io sono fiducioso che arriveremo alle riforme musulmane.

Che scenari vede per il futuro?
Tutto dipenderà dalla possibilità che verrà data ai giovani e ai partiti laici e liberali di partecipare alle elezioni. La mia speranza è che l’Occidente aiuti il popolo egiziano, in questo momento difficile, a costituire, pacificamente e legalmente, un governo rappresentativo della maggioranza, inclusivo delle minoranze. Molto dovrà essere fatto per riformare tutto il sistema educativo. Abbiamo bisogno di una società civile, che distingue chiaramente religione e politica, con rispetto della cultura religiosa del Paese; e soprattutto, di una Costituzione rispettosa della “Carta universale dei diritti umani” e della libertà di coscienza, senza discriminazione tra sessi o religioni. Infine, mi auguro che tutti i responsabili religiosi lavorino per eliminare qualunque forma di fanatismo o di violenza verso chi la pensa diversamente.

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