A nulla servono incentivi alle assunzioni, se non riparte l’economia. Nessuno assume se non ha lavoro da fare e da dare. La speranza è che l’Europa a trazione tedesca ci lasci fare qualche debituccio in più, ma occorre spendere bene

di Nicola SALVAGNIN

Enrico Letta
Enrico Letta

La giacca del presidente del Consiglio Enrico Letta rischia di sformarsi rapidamente: tirata da tutte le parti, deve far fronte a richieste che hanno tutte un obiettivo comune – far ripartire l’economia, ridare fiato all’occupazione -, ma punti di vista e interessi assai differenti. E non capire bene da che parte iniziare, fa rischiare al Governo e all’Italia un andamento a zig-zag o, peggio, un «facite ammuina» di borbonica memoria: un po’ di qua, un po’ di là, ma alla fine ci si ritrova al punto di partenza. Sarebbe un grosso guaio.

Perché vediamo l’esecutivo un giorno impegnato negli sgravi all’edilizia e all’arredamento; il giorno dopo intento a… togliere gli sgravi fiscali all’economia, per impiegare le risorse sul fronte dell’incentivazione delle assunzioni. Il giorno dopo deve coprire i mancati gettiti di Imu e Iva… Insomma: c’è chi chiede soldi per rianimare la produzione; chi per tagliare le tasse (o certe tasse); chi per l’occupazione; chi per comprimere il debito e via andare. Con un’unica certezza: soldi non ce ne sono proprio. E la situazione è così drastica che si fatica a raccattare due-tre miliardi di euro pronta cassa. A questo siamo ridotti.

Cerchiamo quindi di andare con ordine, secondo la logica del buonsenso. La prima cosa da fare è quella di dare un impulso forte all’economia, e in particolare ai consumi interni. A nulla servono incentivi alle assunzioni, se non riparte l’economia. Nessuno assume se non ha lavoro da fare e da dare. Punto.

C’è una porzione d’Italia che va, quella che esporta, che fa utili e occupazione; ma c’è il grosso che stenta, arranca, si trova di fronte a consumi interni in continua contrazione. Le ricette classiche (tagli di spesa o nuovi debiti) per un motivo o per l’altro non sono utilizzabili; la leva monetaria nemmeno. L’unica speranza di avere in mano una buona carta da giocare è quella “europea”, e cioè che a Berlino – laddove si comanda l’Europa – si convincano ad allentare la corda di rigore finanziario stretta attorno al nostro collo. Senza un po’ di benzina, l’Italia non ripartirà mai.

Sembra semplice, ma dal Brennero in su non sono così convinti che gli italiani siano responsabili del loro destino. Anche i greci, nel 2010, fecero il giro dei partner europei per avere un po’ d’ossigeno finanziario. Lo ebbero, e lo dissiparono in casa in un’orgia di spesa pubblica clientelare e inutile. Chissà perché, a nord del Brennero sono convinti che «italiani e greci, una faccia, una razza». Forse per come siamo riusciti ad accumulare un debito pubblico di 2 mila miliardi di euro, che continua a crescere nonostante tutte le manovre e le tasse e il rigore finanziario. Forse per come gestiamo uno Stato potenzialmente ricco, vicino alla bancarotta.

Ma metti che commuoviamo la Merkel: se ci lascerà fare qualche debituccio in più, giochiamoci questa carta al meglio. Anche perché sarà l’ultima. E puntiamo tutto su una spinta forte e precisa al motore dell’economia, piuttosto che sulla solita pioggia di soldi qua e là, che disseta subito ma non fa fiorire nulla. E noi tutti smettiamo di tirare la giacca a Letta & co. O ci salviamo tutti assieme, o alla fine non si salverà nessuno. Come è successo in Grecia.

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