È partito il conto alla rovescia per la visita di Papa Francesco: Il Custode padre Pizzaballa: «Si è fatto voce dei più semplici e vulnerabili, darà forza e coraggio ai cristiani del Medio Oriente. Non serve piangere per le difficoltà presenti, ma lavorare per superarle»

di Daniele ROCCHI

Padre Pierbattista Pizzaballa

Diceva Ben Gurion, tra i padri fondatori dello Stato di Israele nel 1948, che «nel nostro Paese chi non crede nei miracoli, non è realista». Realista, e molto, è invece il Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa, che ai miracoli dice di credere, se non altro per la sua veste di rappresentante dell’Ordine francescano che dal XIII secolo custodisce i principali luoghi santi della vita di Gesù. In questo tempo di Natale la Terra Santa si riempie di pellegrini, si cantano liturgie antiche e nuove, si elevano preghiere che hanno nella pace la richiesta principale. Da Gerusalemme a Betlemme, da Nazaret a Cafarnao passando per Gerico e il Giordano. Sullo sfondo un’area mediorientale densa di tensioni, di crisi ultradecennali, di guerre in corso, come in Siria. In questa situazione credere nei miracoli, allora, è una vera prova di fede.

Le bocce non sono ferme

«Qualcosa si è mosso – fa notare subito padre Pizzaballa -. Non siamo passati dalla guerra alla pace, certo, ma in questi ultimi mesi, in modo particolare, le bocce non sono rimaste ferme». Non sarebbe meglio dire: «Qualcuno si è mosso»? Il Custode è lesto a raccogliere la provocazione e non si fa pregare più di tanto: «Papa Francesco ha spiazzato tutti e si è fatto voce dei più semplici e vulnerabili. Questo gli ha dato forza, rispetto e considerazione agli occhi del mondo». È il Papa argentino, «venuto dai confini del mondo», a ridare fiato e speranza a un Medio Oriente paralizzato nelle sue prospettive di pace. Come dimenticare il giorno di digiuno e preghiera per la Siria che, secondo molti, avrebbe scongiurato un intervento militare esterno e una escalation della violenza? «Miracoli della preghiera» per padre Pizzaballa, che non nasconde affatto la gravità della crisi siriana: «Oggi la Siria è un campo di battaglia nel quale molto probabilmente saranno definiti i futuri assetti mediorientali. Il Paese è diviso: ci sono zone in mano ai ribelli, altre al regime e altre ancora ai militanti integralisti islamici e a bande di criminali comuni. A pagare il prezzo più alto è la popolazione e, in alcune zone, la sua minoranza cristiana».

Un count-down di sei mesi

Mentre la comunità internazionale prova a mettere seduti al tavolo di Ginevra 2 il Regime siriano e i ribelli dell’Opposizione per cercare una soluzione politica e non militare, è partito un count-down di sei mesi, quelli che separano Papa Bergoglio dalla Terra Santa. Imprevedibile nei suoi gesti, comprensibile e chiaro nelle parole, il Pontefice si impone sulla scena internazionale come protagonista incisivo. «La sua visita darà forza e coraggio ai cristiani del Medio Oriente. Non serve piangere per le difficoltà presenti, ma lavorare per superarle». La pace è un impegno di tutti. «Il Papa, con il suo carisma riconosciuto anche da ebrei e musulmani, traccia la strada da seguire. La indica, con il suo esempio, anche ai leader religiosi invitandoli a uscire per andare incontro all’altro senza paura, con libertà, nel dialogo sincero e nella misericordia. Papa Francesco propone uno stile nuovo ai capi religiosi: non restare fermi al protocollo e ai discorsi fatti, ma uscire e avere il coraggio della verità». Gli equilibri in Medio Oriente sono crollati e i nuovi non sono ancora bene definiti. «È un processo lungo e doloroso quello avviato – dice padre Pizzaballa – perché a fianco di elementi positivi come israeliani e palestinesi che tornano timidamente a parlarsi, il possibile accordo sul nucleare iraniano, il nuovo Egitto con la Costituzione riveduta, ce ne sono altri negativi come la Siria, la violenza in Iraq, l’instabilità libanese».

Qui il miracolo dov’è?

«In un momento come questo è parlare di speranza – risponde il Custode senza tentennamenti -, guai a noi se non lo facessimo! Natale ci dice che Dio ha scelto un bambino, quanto di più lontano dalla violenza e dalla forza, per prepararci alla vita. Il Natale non potrà togliercelo nessuno. In questo processo ci accompagnano tante persone di ogni fede e di ogni etnia, che con noi vivono, pregano, dialogano». Ma c’è un altro miracolo. Quale? «La guerra ci obbliga a essere veri. Non si può fingere. Se vuoi aiutare gli altri devi darti da fare, uscire fuori senza fuggire. Anche la guerra offre momenti di incontro e di vita. Questo è sperare». Tornano alla mente le parole di Papa Francesco nella Esortazione apostolica Evangelii Gaudium: «Privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci». Importanti avvenimenti storici, quelli attesi da tempo nella Terra di Gesù.

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