La costante diminuzione del numero dei matrimoni in Italia si è accentuata
nel periodo di crisi economica. Sposarsi uno “status symbol”?

di Andrea CASAVECCHIA

convivenza

Se osservassimo attentamente l’andamento dei matrimoni in Italia, noteremmo una costante diminuzione, che si è accentuata nel periodo di crisi economica: si contavano 204.803 nozze nel 2011, ultimo dato Istat disponibile, contro le 246.613 del 2008. Dai dati ci accorgiamo anche di altre due dinamiche che indicano una pluralizzazione delle forme di convivenza: il 24% dei primi matrimoni sono contratti con rito civile, in aumento rispetto al 20% del 2008. Inoltre bisogna registrare che si diffondono le unioni di fatto: tra il 2010 e il 2011 sono stimate attorno alle 972 mila, di cui quasi 578 mila tra celibi e nubili.

C’è in atto un processo di de-istituzionalizzazione della vita di coppia che manifesta un’incertezza nella scelta di convivere e di fare famiglia. Ma da cosa dipende?

Senz’altro una parte della moltiplicazione delle forme di convivenza è dovuta ai processi di secolarizzazione che rendono più facile vivere da “single” e socialmente non condannabile la convivenza “more uxorio”, però la spiegazione non è sufficiente. Costruire famiglia è un’aspirazione ancora diffusissima in Italia. Inoltre sempre l’Istat rileva che il 36,8% degli italiani si dichiara molto soddisfatto delle proprie relazioni familiari e un altro 54,2% è abbastanza soddisfatto. Insomma, la famiglia è un soggetto che contribuisce alla promozione del benessere delle persone.

Forse ci sono ostacoli sociali che influenzano le possibilità di formare una famiglia. E rilevano una riduzione delle opportunità di vita dei cittadini, che colpisce soprattutto i giovani.

Infatti le statistiche mostrano che ci si sposa sempre più tardi: in media gli uomini hanno 34 anni, mentre le donne 31. Il ritardo non è giustificato dalla ricerca di una scelta matura, ma è da attribuirsi alle difficoltà che i giovani incontrano oggi: sempre meno inseriti nel mondo del lavoro e sempre più allontanati dall’accesso al mercato abitativo. Niente contratto, niente mutuo. Nell’incertezza, intanto accontentiamoci di convivere.

Le statistiche avvisano poi di un altro elemento: è inquietante scoprire che il calo maggiore dei tassi di nuzialità si verifica tra le coppie con titoli di studi più basso: diminuiti del 27% tra gli uomini e del 32% tra le donne.

Possibile che oggi il matrimonio in Italia stia diventando una scelta per ricchi, per quelli che se lo possono permettere? Questa tendenza è già stata riscontrata negli Stati Uniti: un sociologo, Andrew J. Cherlin, ha evidenziato come sposarsi sia considerato tra i giovani adulti americani uno “status symbol”, perché mostra la raggiunta stabilità economica e sociale. Allora la convivenza rimane la scelta dei poveri?

Se il processo fosse confermato sarebbe estremamente grave per la nostra società, perché «è diffusa oggi la percezione che il ben-essere di tutti, specie delle persone più vulnerabili, non possa essere raggiunto se prescinde dalla famiglia», come si legge nel documento preparatorio alla “47ª Settimana sociale dei cattolici italiani”, che si svolgerà a Torino nel prossimo settembre.

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