L’onda di solidarietà sollevata dai fatti di Parigi ha scoperchiato inquietudini nuove sui valori dell’Occidente “sotto attacco”. Ma soprattutto sollecita riflessioni sul mondo musulmano

di Maria Laura CONTE
Direttrice editoriale @fondazioneoasis

Messaggio diretto, come una freccia appuntita conficcata nel cuore dell’Europa e dell’Occidente. Non hanno avuto bisogno di alcuna traduzione, i terroristi, per lasciarci intendere la loro intenzione: voi e i valori che sbandierate sono contro Dio, quindi meritate di morire. E la reazione che quel messaggio ha provocato ha assunto proporzioni inedite. Una tale solidarietà globale con le vittime di Parigi, la diffusione virale di hashtag come #jesuisCharlie, non hanno precedenti. Neppure dopo le torri gemelle, e men che meno dopo il massacro di duemila nigeriani per mano di Boko Haram, si era registrata una marcia oceanica come quella che ha affollato i boulevard di Parigi.

Ma il punto è: quell’onda gigantesca cosa ha lasciato sul terreno? Ciascuno ha un suo lavoro: chi deve indagare sui crimini, chi deve studiare cosa scatta in un giovane cittadino cresciuto in Europa che decide di comprare un kalashnikov per vendicare Dio… Ma per tutti l’onda ha scoperchiato un’inquietudine nuova: dove sta la nostra consistenza di uomini e donne di oggi protagonisti di società sempre più complesse? Quali sono i valori dell’Occidente oggi “sotto attacco”? Sono domande che dopo #jesuisCharlie non sono più rinviabili.

È l’ora della lealtà: i fatti di Parigi chiedono un affondo sul tema della libertà di espressione (almeno con la stessa franchezza usata da papa Francesco per spiegarne contenuto e limiti), su religioni, violenza e sui fondamentali della nostra democrazia. Ma soprattutto è urgente una riflessione sull’Islam. Com’è scomodo, questo vicino di casa. Non esiste un Islam, esistono tanti volti dell’Islam, si va ripetendo. Ma quanto questa posizione è divenuta alibi ideale per non tentare neppure di conoscerlo? Sono ormai logore le due riduzioni alle quali le narrative mediatiche ci hanno abituato: l’Islam è pura violenza, da una parte, e dall’altra l’Islam è pace e i jihadisti non hanno nulla a che vedere con l’Islam. Questa rincorsa alla semplificazione mostra la corda. Così come categorie abusate quali integrazione e dialogo non bastano più a leggere le sfide attuali.

Oggi la sfida è quella della conoscenza dell’Islam. Chi ha studiato le fonti del jihad, come David Cook, documenta che esistono degli appoggi testuali evidenti che offrono giustificazione, se non a prassi come quelle delle bambine nigeriane trasformate in bombe umane, quanto meno al principio dell’azione violenta. Da qui non si può sfuggire. Come altrettanto innegabile è che molte persone anche vicine a noi, famiglie della porta accanto, i compagni dei nostri figli a scuola, colleghi del posto di lavoro, vivono un’autentica esperienza di fede all’interno della religione musulmana. Siamo chiamati a conoscerci senza scivolare nel comodo politically correct.

Se il mondo musulmano sta attraversando una crisi profonda (e la questione violenza ne è il cuore), questo va considerato nel suo orizzonte più ampio, di paragone. Cosa dice di me e a me il musulmano che è entrato nella mia storia, scuotendo la mia identità? E cosa può dire al musulmano l’incontro con il Cristianesimo e il ripudio netto dalla violenza che ha introdotto nella storia? Rispondere a queste domande chiede un lavoro comune che si presenta ora come non rinviabile, ma che può anche diventare avvincente.

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