Una conversazione con una donna musulmana fa affiorare sensazioni e consapevolezze inattese. Una “rivoluzione” che apre nuovi percorsi di dialogo tra credenti

di Maria Laura CONTE

Donne con il velo

Lei è Norbani. Una signora giovane, chic, malese di origine, ma che vive in America. Ha sposato un compagno dell’università di Kuala Lumpur, un bosniaco scappato dalla guerra degli anni Novanta, e con lui poi si è trasferita negli Usa. Il velo le copre tutti i capelli, non il volto, e lo porta con eleganza e convinzione, anche per le strade in una città occidentale non sempre accogliente.

Incontrarla per caso, durante un seminario di studi oltreatlantico, ha segnato uno scarto inatteso. Un affondo in quel mistero che è il fatto che viviamo diversi, cristiani e musulmani, ma insieme. Perché questo resta uno scomodo e clamoroso mistero. Per chi lavora in Oasis è pratica quotidiana accostare l’Islam e le sue implicazioni culturali e geopolitiche, sfiorare i classici del pensiero islamico, o scontrarsi con l’attualità drammatica del fondamentalismo violento che polverizza intere società e terrorizza le nostre città inermi. Al fascino che suscitano l’Islam e i suoi popoli, quindi, si intreccia sempre la frustrazione di non riuscire a decifrarne la complessità.

Ma incontrare Norbani è stata una rivoluzione: conversare con lei a margine dei lavori, scoprire un’intensità di amicizia nonostante la distanze geografica e culturale delle nostre vicende personali, ritrovarsi a confidarci, con parole nude, che in fondo in fondo la passione per la nostra professione e l’orizzonte largo del mondo trova senso nel rapporto personalissimo con Chi ci ha creato e conduce misteriosamente in ogni istante, e scoprire di avere in comune il desiderio che anche i nostri figli possano riconoscere questa Presenza imponente e viva nelle loro vite… Ebbene, tutto questo è stata una rivoluzione personale: la percezione nella carne di una gratitudine per il mio Battesimo che apre all’altro in modo radicale, costringe a lasciarsi scuotere dall’altro, a tornare al senso dell’appartenenza alla Chiesa. E in Norbani è stata un’esperienza speculare, di sorpresa e di rinnovamento.

Ma c’è di più. È stata una rivoluzione anche perché proprio al livello dell’amicizia singolare si coglie ulteriormente il cuore della sfida di oggi: l’incontro personale con uomini e donne musulmani è necessario, ma non basta. Non può sostituire il lavoro di conoscenza della tradizione e dei fondamentali della religione a cui queste persone appartengono. Siccome è impegnativo, a volte per far fuori il problema torna comodo pensare che “esistono tanti Islam” come alibi per non conoscerne nessuno. Oppure ci si accomoda in stereotipi per cui i musulmani sono tutti buoni o cattivi. Invece soprattutto il nostro tempo meticcio ci chiama alla fatica della conoscenza di questa religione, del crocevia al quale è arrivata e dei percorsi che si aprano ora per i musulmani. E per noi cristiani, altrettanto “provocanti” per loro.

 

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