Prendersi cura va a vantaggio di tutti, non solo di chi ne è soggetto. Sempre che le persone più fragili e vulnerabili non siano solo oggetto di attenzioni pietose, ma rientrino pienamente nel circuito della cittadinanza e dei diritti

di Silvia LANDRA
Psichiatra e direttrice della Casa della Carità - Milano

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A una città conviene sempre prendersi cura di tutti i suoi cittadini, soprattutto i più vulnerabili, ovvero coloro che non chiedono e non protestano. Essi non esprimono bisogni, pur mancando di ciò che è primario, salvo poi abitare le strade, le case fatiscenti o i campi degradati con una invadenza silenziosa e imbarazzante. Prendersene cura con passione ha un effetto trasformativo, perché induce i curanti a riconoscersi essi per primi vulnerabili in aspetti di cui non avevano colto la fragilità e continuamente bisognosi di inclusione, cittadini sempre in cammino verso il meglio quanto a riconoscimento dei propri diritti e a esercizio pieno dei propri doveri.

Disporsi alla cura aumenta in tutti il sentimento di cittadinanza. Mentre alcuni si prodigano a dire e fare per i più sfortunati, ci si accorge di quanto le azioni sociali e sanitarie del prendersi cura vadano a vantaggio di tutti, si diffondano oltre le aspettative, si avvalgano di energie sociali creative non intuite prima, tornino di nuovo a essere beneficio per chi cura. Non c’è infatti vera felicità urbana, se pochi felici sono attorniati da molti infelici. La felicità condivisa è la vera inossidabile condizione perché esista una città nella quale condurre una vita invidiabile. Non ci sono cittadini utili e cittadini “a rimorchio”: occorre che tutti concorrano al bene comune perché esso sussista davvero.

Perché i vulnerabili non siano solo oggetto di pietosa cura, ma rientrino nel circuito della cittadinanza e dei diritti, bisogna che non si spenga il fuoco del pensiero e l’entusiasmo per l’innovazione. Le politiche si trasformano e diventano pratica buona se vi sono cittadini responsabili che si mettono in ascolto dei bisogni, disposti a proporre per tutti una trasformazione degli stili di vita nella comprensione profonda dei mutamenti sociali che non lasciano nessuno indenne. Attorno a essi va riscoperta la corresponsabilità sociale, perché le situazioni di grande complessità non possono beneficiare di risposte frammentarie e semplificate.

Chi ha compiuto viaggi drammatici o vive condizioni di indigenza grave non ha innanzitutto bisogno di trovare un servizio di riferimento, che peraltro spesso non riesce né a cercare, né ad accettare, una volta trovato, ma ha bisogno di un punto di riferimento familiare, una qualche “casa degli affetti” che cominci gradualmente a riproporre l’idea dell’abitare, del legarsi, del condividere. Ci vogliono percorsi lenti e pazienti, non azioni impulsive ed emergenziali. È inimmaginabile l’abisso nel quale può sprofondare chi si trova colpito da una molteplicità di fattori negativi, di tipo sanitario, relazionale e sociale, al punto da non riuscire più a desiderare qualcosa di buono.

Vi è una proposta normativa detta “casa della salute” che, lungi dall’essere solo una raccolta di servizi sociali e sanitari nello stesso luogo come talvolta ci si limita a fare, può diventare un’intuizione socio-sanitaria di grande interesse. Un luogo sentito proprio dai cittadini, dove si svolgono molte azioni di cura e di promozione delle culture, dove le persone possono sostare e chiedere senza fare percorsi estenuanti per trovare aiuto, ma dove succede che persone sensibili e competenti siano in grado di partire per recarsi nei luoghi dove si sosta impropriamente, si sopravvive, si soffre in silenzio. Perché in città si generino luoghi con queste caratteristiche, abbiamo bisogno di condividere un’idea estesa di salute, dove l’intervento sanitario non è che una piccola parte. Alla salute di tutti noi, meglio dire al benessere, concorrono fattori che sono ben più profondi e articolati della sola mancanza di sintomi e malattie. Occuparsi di cura significa davvero interrogarsi su tutto ciò che è bene per l’uomo.

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