Il digitale non è un fenomeno passeggero come non lo erano la stampa, la ferrovia a vapore o il motore a scoppio

di Nicola SALVAGNIN

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Fino a pochi anni fa, quando si parlava di infrastrutture e di cronica carenza delle stesse per il nostro Paese, ci si riferiva ad autostrade, ferrovie, porti e aeroporti: insomma le arterie dentro le quali scorrono la vita e l’economia degli italiani. La rivoluzione internettiana, la “digitalizzazione” del mondo ha cambiato la scala dei valori; la crisi economica ha fatto vedere poi l’intera questione sotto un altro aspetto. L’autostrada aiuta l’economia, ma ormai non la “fa” più. Oggi conta molto di più l’autostrada che può imboccare un flusso di informazioni, piuttosto che i camion.

L’attuale Governo aveva ideato, come misure per lo sviluppo economico, appunto due piccoli capisaldi che dovrebbero dare una mano a riprenderci. Novecento milioni di euro investiti non tanto in una tangenziale, ma in due provvedimenti: uno di stampo burocratico e uno “infrastrutturale”. Il primo prevede che carta d’identità, tessera sanitaria e codice fiscale finiscano dentro un’unica tessera che ci semplificherà la vita e ci aiuterà a dialogare con la pubblica amministrazione con più facilità. Il decreto Sviluppo bis stabilisce poi che ogni cittadino si doti di Pec (posta elettronica certificata): un indirizzo mail ufficiale, inserito nell’Anagrafe nazionale della popolazione residente e fornito a tutta la pubblica amministrazione, con cui dialogheremo con gli enti pubblici in modo diretto e ufficiale. La Pec già esiste, verrà ora estesa a tutta la popolazione, almeno in teoria: perché qui sta il vero problema, qui si apre prepotentemente la faglia tra nativi digitali e comunque chi con l’informatica lavora o ha dimestichezza, e chi sa poco o nulla di mail, internet, computer e quant’altro.

E si ha un bel dire che certi pensionati che vivono nei paesi dell’Appennino lucano dovrebbero essere “alfabetizzati informaticamente”, se poi collegarsi a internet o averne a disposizione uno potente e affidabile diventa un’impresa pure in una sviluppata città del Nord. E appunto qui sta il secondo passo dell’Agenda digitale: sviluppare la banda ultralarga – e, già che ci siamo, pure quella larga che in Italia è strettina assai – perché tutti gli italiani abbiano pari opportunità di questo tipo nel mondo moderno.

Qui non si tratta solo di chattare con gli amici o di ricevere una ricetta medica via internet: qui si tratta di fornire un servizio essenziale per chi lavora, decisivo quanto una strada o un aeroporto. Anche la più scalcagnata officina meccanica ha bisogno di un collegamento internet; le attività turistiche ormai ci campano; gli uffici amministrativi non potrebbero fare il loro lavoro senza la Rete, i conti correnti virtuali, il collegamento con Fisco ed enti previdenziali; le aziende esportatrici non possono certo lavorare con la Cina o gli Usa basandosi sui segnali di fumo o i messaggi spediti con piccioni. Oppure, se siamo ridotti così (e lo siamo in vaste fette d’Italia), è difficile competere con chi in queste situazioni non si trova più da tempo. Ecco quindi i 500 milioni di euro destinati al Mezzogiorno per portarlo dal Novecento al Duemila (intesi come secoli); e altri 310 milioni per ampliare quanto c’è già.

In più ci si è messa pure la tecnologia, che ha inventato di fresco strumenti meravigliosi come i telefonini o le “tavolette” che possono navigare sempre e ovunque nella Rete, ma che appunto “intasano” vieppiù le strade digitali. Come al solito siamo indietro. È come se il genere umano avesse già inventato e perfezionato le Ferrari, ma le strade italiane fossero ancora quelle delle carrozze a cavalli.

Quasi tutta la nuova economia si basa su internet, in Italia come nel resto del mondo. Non è un fenomeno passeggero; non lo erano la stampa, la ferrovia a vapore o il motore a scoppio. La digitalizzazione del mondo è una rivoluzione pari a quella determinata dalla scoperta dell’elettricità. Da allora in poi i mondi si sono divisi in Primo, Secondo e Terzo. Se non vogliamo scivolare in quest’ultima posizione, dovrà essere chiaro al prossimo governo che le autostrade digitali valgono molto di più della quarta corsia di un’autostrada d’asfalto.

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