I dati Istat confermano che nel nostro Paese si compra e si vende sempre meno, ma questa non è del tutto una buona notizia

di Nicola SALVAGNIN

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I dati sull’inflazione italiana forniti dall’Istat sono numeri che non hanno un interesse solo statistico (ci sono titoli di Stato e obbligazioni agganciate al valore dell’inflazione italiana, per esempio). Ebbene: se non ci fosse che i carburanti in Italia costano al litro più del buon vino, avremmo un’inflazione dell’1 e qualcosa per cento. Sostanzialmente nulla.

Buona notizia? Insomma… Se appunto si pensa alla ricaduta estesissima che hanno i prezzi dei carburanti sulla nostra economia e sulla nostra vita – non solo benzina e gasolio, ma anche energia elettrica, riscaldamento, autotrasporti, costi di produzione vari… – si può dire che i prezzi delle merci che compriamo sono inchiodati lì. A dire il vero, sarebbero addirittura in discesa, e questa non è una buona notizia. Perché in discesa? Perché l’Iva (che “entra” nella componente prezzi) è aumentata di un punto percentuale. In teoria, l’aumento dei prezzi dovrebbe essere automatico; in pratica, moltissimi prodotti l’hanno “assorbita”. Stesso prezzo di prima, un punto percentuale in meno di guadagno per chi produce o vende. E poi avremmo dovuto subire aumenti causati dalla lunga serie di tasse e balzelli piovutici addosso nello scorso 2012: dall’Imu su tutti gli immobili, giù giù fino all’astronomico aumento del costo di un banale francobollo, passato da 60 a 70 centesimi. Poco, direte voi. Molto, in percentuale: quasi il 20% in più di prima, d’un botto.

E perché Iva, balzelli e benzine non hanno rincarato di molto il costo della vita? Perché questi costi sono stati “assorbiti”? Perché negli ultimi mesi, in Italia, non si vende uno spillo se non a prezzi di saldo. Ci sono pochissimi settori che possono vantare un segno più: certa elettronica (smartphone, tablet, quasi tutti importati dall’estero), qualche (raro) prodotto alimentare, qualche nuovo bene e servizio che si è fatto spazio con le leggi, tipo gli pneumatici invernali o i certificati energetici per le abitazioni. Per il resto, è una valle di lacrime. Piangono i produttori e i rivenditori di lavatrici e freezer; non hanno nemmeno più gli occhi per piangere i venditori di auto (siamo tornati ai livelli degli anni Settanta!); si disperano mobilieri e produttori di divani; non parliamo nemmeno di negozi di abiti e scarpe, che cercheranno di salvare in qualche modo la stagione con gli imminenti saldi.

È finita l’epoca degli acquisti a rate: i prestiti al consumo sono letteralmente crollati, così come sono diminuiti i mutui immobiliari. Si compra solo se si hanno soldi; si prestano soldi solo a chi può restituirli. Per anni non è stato così.

Abbiamo assistito, nel corso del 2012, a fenomeni inusuali: per la prima volta da quando esistono, i supermercati presentano un segno meno nelle vendite, particolarmente accentuato negli ipermercati. Si consuma addirittura meno acqua minerale. D’altronde, se girano meno soldi, difficile spendere di più. Gli italiani si sono dimostrati particolarmente attenti ai consumi, hanno privilegiato i negozi più risparmiosi e i prodotti a sconto o non di marca (un vero boom), hanno rinviato una serie di acquisti onerosi o fatto di necessità virtù: l’esempio dell’armadio è il più lampante, sono pochi gli italiani che non li abbiano già abbastanza pieni di tutto.

Abbiamo cambiato anche e rapidamente lo stile di vita: vacanze sì ma più brevi e destagionalizzate; crollo delle settimane esotiche con volo charter; rispolvero di pizzerie e trattorie alla buona abbandonando gli chef di lustro e scontrino; week-end fuori porta nel senso letterale del termine.

Si è tagliato l’immateriale senza tanti scrupoli: dopo anni di decadenza, è ri-aumentato il consumo di televisione generalista, quella gratis; a scapito di cinema, giornali (ahimè), teatro, concerti. Perfino le visite mediche “private” si sono rarefatte, nonostante un ticket “pubblico” che ormai gareggia con il costo di una visita specialistica: si va a consulto solo se strettamente necessario, abbiamo risparmiato pure sui doloretti e le idiosincrasie.

Si dirà: pazienza, abituiamoci al poco. La replica è secca: questa gelata ai consumi, se continuerà così nel 2013, brucerà centinaia di migliaia di posti di lavoro, a essere ottimisti. Quindi meglio che i consumi ripartano, più intelligenti e consapevoli, stimolati da nuovi beni e servizi che ci aiutino a vivere meglio; piuttosto che una povertà che ci impoverisce ancora di più.

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