Necessario mettere a fuoco bene il fenomeno. Nella quotidianità, nel mondo economico, nelle scuole vitalità e capacità di convivenza

di Andrea CASAVECCHIA

immigrato al lavoro

Clandestini, micro criminalità, carrette del mare sono parole facilmente accostate a immigrato. Ci mostrano un’attenzione sfocata al fenomeno provocata dalla fretta dell’immediatezza. La nostra concentrazione si sposta sull’emergenza o sulla cronaca dell’evento episodico. Così tesi sul particolare perdiamo la visuale complessiva. Quando si mette a fuoco e si osserva la quotidianità, iniziamo ad accorgersi delle novità introdotte dalla presenza di stranieri nel nostro Paese. E lo scenario cambia.

Lo si nota nel mondo economico dove gli immigrati non sono solo lavoratori, ma anche protagonisti del mondo dell’investimento e del risparmio. I cittadini stranieri sono uno stimolo per tutto il sistema: quelli che hanno chiesto finanziamenti bancari sono il 12% del totale. Un segnale importante che svela la loro speranza nel nostro Paese, dato che si impegnano con un mutuo all’acquisto di una casa, oppure domandano prestiti per avviare un’attività economica.

Un’altra novità si vive nelle scuole, dove alunni italiani sono affiancati da compagni di altre nazionalità che indicano la convivenza di culture nelle nostre classi che travasa nelle città, nei paesi, nei quartieri. Una ricerca, svolta dall’Orim (Osservatorio sull’immigrazione e la multi etnicità della Lombardia) e dalla Caritas Ambrosiana, sull’inserimento di famiglie immigrate con figli a scuola, rileva un incremento delle relazioni nei contesti locali e indica l’aumento della coesione sociale nella diversità. Infine, avverte sulla delicata convivenza nelle periferie urbane, dove si vive un difficile equilibrio tra “pacifica integrazione” e “ghettizzazione”.

La vitalità economica o la capacità di convivenza ribadiscono la necessità di “includere nuove presenze” come già nel 2010 le Settimane Sociali dei cattolici a Reggio Calabria segnalavano. Si tratta oggi, come allora, di intraprendere una strada e decidere finalmente il modello italiano per una società multietnica e multiculturale: revisione della legge per l’accesso alla cittadinanza, e in particolare il riconoscimento della cittadinanza per le seconde generazioni; la tutela dei diritti fondamentali della persona; una specifica legge sul diritto d’asilo; una tutela dei diritti sociali per la giusta retribuzione e per le condizioni di lavoro. Tutte raccomandazioni presenti nel documento di Reggio Calabria, ma ancora inascoltate.

Superare l’approccio emergenziale che provoca inquietudine e timori nell’opinione pubblica, per andare verso una cultura politica dell’accoglienza è un passo per costruire coesione sociale. È richiesto però anche un impegno educativo da sostenere, perché dovremo comprendere come rapportarci e come rispettarci in un mondo di tradizioni e credenze variegate.

Il pedagogista Edgar Morin propone una unitas multiplex per interpretare una società che accetti la diversità. Allo scopo è strategico evidenziare le precauzioni suggerite dallo stesso Morin: «Coloro che vedono la diversità delle culture tendono a minimizzare o a occultare l’unità umana; coloro che vedono l’unità umana tendono a considerare come secondaria la diversità. Al contrario è appropriato concepire una cultura che assicuri e favorisca la diversità, una diversità che si inscriva in una unità».

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