La Corte europea per i diritti umani condanna l’Italia per i respingimenti

di Patrizia CAIFFA

Profughi

Una sentenza definita “storica”. Tutte le organizzazioni umanitarie, ma anche le istituzioni europee, plaudono alla sentenza della Corte europea per i diritti umani di Strasburgo, che ha condannato oggi l’Italia per i respingimenti in mare verso la Libia. L’Italia è stata condannata a versare un risarcimento di 15 mila euro più le spese a 22 delle 24 vittime.

I fatti cui la sentenza si riferisce – il cosiddetto caso Hirsi -, sono legati alla decisione italiana di riaccompagnare a Tripoli circa 200 persone di nazionalità somala ed eritrea (tra cui bambini e donne in stato di gravidanza), contro la loro volontà, il 6 maggio 2009 a 35 miglia a sud di Lampedusa. Molti hanno poi subito maltrattamenti e violenze nei centri di detenzione in Libia. Si stima che almeno 1.500 persone siano morte in mare solo nel 2011.

Nel mondo ecclesiale monsignor Giancarlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, ritiene la sentenza «una conferma della legittimità delle richieste e delle proteste», perché «condanna come colpevoli di non protezione internazionale gli Stati che respingono i profughi verso altri Stati che non tutelano il diritto alla protezione internazionale». Ne parla Oliviero Forti, responsabile dell’area immigrazione di Caritas italiana.

Più volte in passato avete condannato i respingimenti. E ora la sentenza europea…
Finalmente l’Europa si pronuncia in maniera seria su un comportamento assolutamente deprecabile che ha violato i diritti umani. Purtroppo la decisione arriva dopo tanti respingimenti e dopo tante tragiche vicende. Molte persone che abbiamo incontrato nei nostri Centri hanno dovuto sopportare tante pene a causa dei respingimenti. Speriamo sia veramente l’inizio di una nuova stagione in cui la politica migratoria non sia interpretata solo attraverso norme restrittive o legate all’allontanamento. Vorremmo che ci fosse proprio un cambio di registro. Forse questa sentenza potrebbe funzionare da volano per un cambio di atteggiamento di tutta l’Italia e di tutta l’Europa, perché oramai la frontiera non è solo italiana ma europea, per cui il carico deve essere equamente condiviso.

Però in Libia, nonostante il cambio di governo, la situazione non è ancora tranquilla, e a farne le spese sono soprattutto i migranti. Questo dovrà mettere in guardia l’Italia, quando si tratterà di rinegoziare nuovi accordi?
Nessuno può permettersi di abbassare la guardia in questa fase. La Libia esce da un sanguinoso conflitto e da una guerra civile che non è ancora terminata. Deve ancora avviarsi verso un processo di democratizzazione. Se noi non l’aiutiamo in questa fase, di riflesso anche tutto quello che attiene l’immigrazione non troverà sbocchi positivi, come purtroppo è avvenuto fino ad oggi. La gestione corretta dell’immigrazione è il riflesso della civiltà di un Paese. Se non si aiuta la Libia a recuperare quel senso di civiltà smarrito da una quarantina d’anni, si rischia un gioco a perdere. Allora investiamo su questo e vedremo dei risultati anche sul fronte dei flussi.

La sentenza europea, in questo senso, può essere un’indicazione?
La sentenza deve costituire il faro. Dobbiamo partire dalla consapevolezza profonda per cui il respingimento in mare è una pratica da condannare in ogni luogo e in ogni tempo. Non solo dalle organizzazioni umanitarie, ma soprattutto dai governi, che devono rivendicare il loro grado di civiltà attraverso questo tipo di atteggiamenti. Devono fare lo sforzo d’implementare, insieme ai Paesi di transito e di origine dei migranti, politiche più sostenibili e rispettose dei diritti umani, al di là dei numeri, delle rotte e della tipologia di migranti. Solo con queste premesse è necessario uno sforzo comune per evitare che flussi eccezionali possano determinare scompensi.

Intanto in Italia il nuovo Governo ha costituito un Ministero per l’Integrazione. Sul fronte immigrazione si aprono nuove speranze, in questo periodo?
La costituzione di un Ministero per l’Integrazione ci fa pensare che ci sia una sensibilità diversa rispetto al passato, perché si vede il fenomeno in una chiave nuova, che è appunto quella dell’integrazione. Questo non significa che non bisogna adottare politiche migratorie volte a regolare i flussi. Ma una cosa è regolare i flussi, una cosa è adottare politiche improntate esclusivamente sui respingimenti e sull’allontanamento. Quest’attenzione ha un valore altamente simbolico per noi. Si stanno mettendo in fila una serie di circostanze positive che ci fanno ben sperare. Attendiamo anche altri risultati, a partire dalla risoluzione della vicenda dello status giuridico dei profughi dell’emergenza nordafricana, che ancora non riesce a trovare uno sbocco positivo.

Oggi la campagna “L’Italia sono anch’io”, che chiede nuove norme per la cittadinanza ai minori stranieri (vi aderisce anche la Caritas), è stata ricevuta dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera. Cosa è emerso?
Abbiamo esposto le linee che riteniamo opportune per modificare le attuali norme sulla cittadinanza. L’incontro è stato positivo. Abbiamo riscontrato un generale consenso da parte di quasi tutti i partiti. Anche il card. Bagnasco in una sua recente prolusione si era espresso a favore della concessione dello ius soli per i minori stranieri nati in Italia. La campagna ha raccolto tantissime firme, raggiungendo l’obiettivo. Un numero così alto di firme è lo specchio di una società che oramai è matura per un cambiamento in tal senso.

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