Il primo discorso pubblico alla nazione del neo eletto, esponente dei Fratelli Musulmani

di Riccardo MORO

L’elezione di Mohammed Morsi, un esponente dei Fratelli Musulmani, significa l’avvio di una stagione oscura di fondamentalismo che ucciderà le gemme della primavera araba?

La tentazione di dare una risposta pessimista è forte. Le tensioni sono elevate, i fondamentalisti in questi mesi hanno usato parole preoccupanti e non sono mancati fenomeni di violenza come, tra gli altri, gli attentati nelle chiese copte. Ma esistono varie ragioni per una lettura non pessimista.

Innanzi tutto l’equilibrio dei poteri. L’esercito ha accettato lo svolgimento del ballottaggio e la devoluzione dei poteri al nuovo presidente, ma questo di fatto avverrà al termine di una trattativa che non è conclusa. L’esercito ha invalidato le elezioni parlamentari e oggi abbiamo un presidente senza parlamento che ha come contraltare l’esercito. Apparentemente il pessimo degli scenari. In realtà, con gli occhi del mondo addosso, Morsi e l’élite militare sono costretti a trovare un’intesa in tempi rapidi, convocare nuove elezioni e evitare colpi di mano antidemocratici.

Il secondo luogo la geografia politica egiziana. La prima elezione del parlamento ha presentato una polarizzazione marcata con una maggioranza ai partiti più radicali. Le organizzazioni già attive (quelle di ispirazione religiosa) hanno raccolto voti più facilmente. Il voto presidenziale viceversa, pur con l’affermazione di Morsi, ha distribuito il voto in modo più ampio, con una maggioranza netta alla somma dei candidati moderati. Raccogliere voti alle presidenziali su candidati noti è più facile che presentare liste nuove e farle conoscere in ogni collegio del paese. Questo farebbe pensare ad un voto più veritiero espresso alle presidenziali e ad un Egitto moderato, che vuole la democrazia e non cerca degenerazioni oligarchiche, religiose o militari. In un contesto che difficilmente potrà impedire votazioni libere in futuro, Morsi dovrà tenere conto di queste sensibilità.

Un terzo elemento è la situazione internazionale. L’Egitto in questi anni ha gestito con responsabilità la relazione con Israele, disinnescando, anche all’interno della Lega Araba, le occasioni di crisi in Medio Oriente. Lo ha fatto per convinzione e per interesse, guadagnando un consistente sostegno finanziario dagli Usa. Un cambiamento repentino renderebbe il clima regionale particolarmente pericoloso. Morsi dovrebbe giustificare davanti al paese e al mondo la responsabilità di aver acceso le tensioni, perderebbe gli aiuti Usa e, non ultimo, ridarebbe centralità all’esercito, il contrario dei suoi obiettivi.

Ma non ci sono solo considerazioni pragmatiche per una lettura non pessimista della situazione. Vi è anche la disponibilità ad uno sguardo senza pregiudizi. Formazioni come Hezbollah e Hamas sono escluse dal dialogo in Occidente perché estremiste. In realtà costituiscono una importante forma di presenza sociale che provvede a servizi fondamentali, dalle scuole alle pensioni, con motivazioni non dissimili da tante forme di intervento sociale nate anche in ambito cristiano. Non è possibile liquidarle solo come ‘partiti fondamentalisti’. La particolare condizione di difficoltà vissuta da queste comunità ha favorito una tendenza al fondamentalismo, ma proprio per questo occorre con questi mondi dialogare, per isolarne l’estremismo e valorizzare il contributo sociale positivo. I Fratelli Musulmani nascono prima di questi movimenti e ne costituiscono in alcuni casi il riferimento culturale. Contrapponendosi al modernismo islamico, che ha portato a esperienze come quella di Kemal in Turchia, I Fratelli Musulmani nascono con un richiamo all’integralismo, ma nella loro storia non rifiutano la modernità e da tempo hanno nei fatti accettato lo stato laico: in Egitto eleggono da anni un centinaio di parlamentari con il 20% dei voti. Ebbene è su quell’abitudine a partecipare e su quel senso di responsabilità che oggi occorre puntare per costruire un dialogo con i Fratelli Musulmani egiziani e isolare le posizioni più radicali come quelle di alcune componenti salafite, peraltro non premiate dagli elettori.

Le prime parole di Morsi sembrano andare nella direzione giusta. Nel suo primo intervento ha parlato di difesa dello stato di diritto, di diritti universali, delle donne, dei minori e delle minoranze religiose e ha confermato il rispetto di tutti gli accordi internazionali, cioè soprattutto di quelli con Israele. Il giorno seguente ha fatto circolare la proposta a El Baradei, l’ex responsabile dell’Agenzia delle Nazioni Unite per l’Energia Nucleare, e ad un cristiano copto per la vicepresidenza.

Presto vedremo se la primavera potrà continuare a dare frutti o se un temporale fondamentalista ci ha fatto tornare all’inverno. Perché questo non accada però occorre che anche da parte nostra, Europa in primis, si attivino dialogo politico e partenariati ad ogni livello, per costruire relazioni e disinnescare il pregiudizio che da noi come in Egitto alimenta solo minacce e contrapposizioni.

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