Indagine sullo stato di benessere relazionale e psicologico dei giovanissimi tra gli 11 e i 18 anni nel Comasco e nel Lecchese. Ne parla il dottor Massimo Molteni

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La Fondazione don Silvano Caccia Onlus, che comprende quattro consultori nel territorio comasco e lecchese, in particolare nelle città di Merate, Cantù, Erba e Lecco, ha reso noti i risultati di un’indagine sviluppata tra febbraio e maggio 2021, somministrata a 2500 ragazzi tra gli 11 e i 18 anni, riguardo al loro stato di benessere relazionale e psicologico.

«Questa indagine è nata dal bisogno che avevamo di capire come stessero davvero i ragazzi – spiega Claudia Alberico, direttore generale della Fondazione don Caccia -. Non volevamo limitarci a ragionare sul numero degli accessi dei ragazzi in consultorio o sulle richieste dei genitori che chiedevano aiuto ai nostri operatori. Abbiamo deciso di dare voce ai ragazzi. Ecco perché abbiamo diffuso il questionario sul territorio che ben conosciamo, attraverso le parrocchie e le scuole con cui siamo in contatto diretto da anni».

La risposta del territorio a questa iniziativa è stata decisamente significativa. Su un campione di 2501 ragazzi (41% maschi e 59% femmine), 1053 appartenevano alla scuola secondaria di primo grado, mentre 1448 alla secondaria di secondo grado. Nei mesi di pandemia il benessere psico-fisico di bambini e ragazzi è stato dimenticato per ragioni più o meno plausibili. Oggi abbiamo il dovere e la responsabilità di ri-prenderci cura di loro, di includerli nuovamente nei nostri pensieri e forse anche nelle nostre priorità.

Quali azioni sono necessarie subito, all’inizio di questo nuovo anno scolastico? Lo chiediamo al dottor Massimo Molteni, direttore sanitario dell’Associazione La Nostra Famiglia di Bosisio Parini (LC).

«La pandemia con le conseguenti azioni di distanziamento e di blocco delle attività in presenza ha condizionato i nostri ultimi due anni. I ragazzi hanno pagato un prezzo altissimo: non tanto come danni diretti conseguenti al virus (per fortuna!), ma per le conseguenze di un periodo molto prolungato in cui sono stati costretti a interrompere tutte le attività in presenza: scolastiche, sportive, sociali, ludiche. E se nel primo periodo della pandemia – fino all’autunno 2020 – tutto sommato il mondo dei ragazzi ha tenuto, dalla fine del 2020 a tutt’oggi sono nettamente aumentate le manifestazioni di disagio, sia personale che sociale».

La scuola a distanza – la famigerata DAD – ha mostrato tutti i suoi limiti, legati a molti fattori: tecnologici (con aumento delle diseguaglianze tra aree territoriali e tra ceti sociali), tecnicalità inadeguata (insegnare a distanza non può essere fatto con la stessa tecnica di farlo in presenza), di durata (un conto sono alcuni mesi, un altro un intero anno scolastico)…
Purtroppo, questo anno e mezzo molto particolare non è stato utilizzato dal mondo scolastico per discutere e riflettere, partendo proprio dalle difficoltà e dai disagi osservati, sul senso del processo educativo e scolastico che è fatto di nozioni, di tecnicalità da apprendere, ma anche di relazioni, tra pari e con gli adulti: un po’ sconfortante leggere sui giornali come i punteggi INVALSI abbiamo certificato il fallimento della DAD.

La sofferenza di molti giovani che si è manifestata anche in molti episodi di marginalità sociale e gruppale è la certificazione che una scuola come quella vissuta negli ultimi 18 mesi è fallimentare?
Decisamente sì. Se il problema è il numero di competenze perdute a causa di un insegnamento/apprendimento meno efficace, vuol dire non essere stati in grado di leggere cosa i ragazzi ci stanno dicendo. E non è un caso che le fasce di età che hanno sofferto di più siano quelle dei preadolescenti e 17/20 enni, ossia le realtà che meno potevano giovarsi della “tenuta” del nucleo famigliare.

In che modo rimettere al centro l’attenzione per i bambini e i ragazzi?
Sviluppando nuove iniziative sociali di coinvolgimento dei ragazzi, diversificate per territorio e fasce di età, da integrare con una scuola che, imparata la lezione, rimetta al centro l’esperienza diretta del sapere, mediata dalla relazione e da un sincero coinvolgimento educativo, senza rincorrere l’affastellarsi delle nozioni per “recuperare il tempo perduto”… Mi auguro che non si ricominci con dibattiti e discussioni vuote attorno ai ragazzi e anche con i ragazzi: devono rifiorire iniziative concrete, dove l’“agire assieme” con un obiettivo da costruire sia il motore propulsivo che rimette in moto il gusto della relazione, del conoscersi e dello studiare. La “vita bella” è concretezza.

Non siamo ancora del tutto liberi da pericoli di contagio e eventuali quarantene, ma la vaccinazione di massa effettuata nei mesi scorsi e ancora in corso sta rasserenando molto gli orizzonti. Secondo lei, che tipo di anno scolastico abbiamo davanti?
Purtroppo sarà un anno ancora molto difficile, i primi mesi almeno: tensioni, paure, relazioni circospette… questo è quello che ci aspetta all’inizio. Se poi non ci saranno altre complicazioni pandemiche, può essere che la tensione si stemperi un po’ e faccia capolino di nuovo la voglia di mettersi in gioco. Difficile prevedere se il mondo scolastico nel suo insieme voglia riprendere a camminare innovando e facendo tesoro di questa drammatica esperienza. Famiglie e società invocheranno il ritorno alla “normalità”, come ce lo si aspetta per tutte le attività, lavorative e sociali.

Qual è il rischio più grosso a cui andiamo incontro a livello psicologico?
La rimozione personale e collettiva. In realtà, come insegna la storia, dopo una catastrofe non si torna mai come prima: se cercheremo di andare in quella direzione, i problemi presenti già prima della pandemia, torneranno con maggiore vigore di prima. E i problemi a cui alludo non sono certo gli “apprendimenti curricolari”, ma piuttosto quelli dovuti al possibile permanere di una sofferenza giovanile che può manifestarsi in molti modi, di natura sociale, anche esplosivi.

Da genitori, educatori e docenti, qual è l’atteggiamento giusto da avere quest’anno nei confronti dei ragazzi?
Le famiglie risponderanno in base alla capacità di resilienza dimostrata e appresa: molte famiglie hanno riscoperto la bellezza di una comunicazione non “funzionale”, ma invece basata sull’ascolto anche emotivo, dell’altro: speriamo che continuino a dare nuova forma a questa ri-scoperta. Le famiglie più fragili – quelle che non ce la faranno – vanno sostenute: lavoro, prossimità, ascolto sociale, dovrebbero animare la vita delle comunità territoriali a sostegno delle realtà più fragili. Servizi di zona, enti di volontariato e consultori possono essere il motore di questo rinnovata azione sociale: speriamo siano sostenuti da una coscienza politica più attenta che non in passato, e che almeno non ostacoli o strumentalizzi queste auspicabili iniziative di sostegno che devono nascere dal basso, ossia dai territori. I docenti devono riscoprire il gusto di giocarsi in prima persona, in una rinnovata relazione educativa, il rapporto con i ragazzi che accompagneranno nel prossimo anno scolastico: non sarà facile perché vuol dire accettare la scommessa di un incontro personale e di gruppo (e gestire i gruppi non è mai facile!) in cui la tecnicalità dell’insegnare è solo uno strumento e non il fine della loro azione di docenti.

Che cosa serve concretamente?
Sono necessarie attività di formazione, dove i docenti si lascino coinvolgere nei processi formativi senza avere paura di cambiare se stessi, almeno un po’, e il loro modo di incontrare i ragazzi. Il rischio maggiore è quello di ricercare formazione tecnica per capire il fenomeno, senza lasciarsi coinvolgere troppo o tantomeno senza mettersi in discussione: una grande responsabilità sta in chi farà formazione, per evitare i soliti percorsi di teorie – tutte ineccepibili – che “oggettivando il problema” finiscono per non aiutare a viverlo e ad affrontarlo nel quotidiano.

 

 

 

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