Un «fidei donum» ambrosiano scrive dopo il nuovo terremoto che ad agosto ha colpito l’isola

di Levi SPADOTTO
Fidei donum ad Haiti

Don Levi Spadotto, «fidei donum» ambrosiano, in mezzo alla sua gente di Port-au-Paix, la più povera di Haiti
Don Levi Spadotto, «fidei donum» ambrosiano, in mezzo alla sua gente di Port-au-Paix, la più povera di Haiti

Sono arrivato ad Haiti nel 2014 e dopo due anni vissuti con altri sacerdoti presenti in una parrocchia del nord-ovest dell’isola mi è stato dato l’incarico di fondare una nuova parrocchia in una zona molto povera ed estesa intorno al piccolo centro abitato chiamato Ka-Philippe, con 17 comunità da servire e animare.

Il nord-ovest è la zona più povera e meno sviluppata dell’isola, dove la popolazione vive di sussistenza del poco che ricava dalle coltivazioni di mais, patate e fagioli sempre in balia di cicloni o siccità. Sono inserito come fidei donum per un’esperienza di condivisione e scambio pastorale tra la Diocesi di Milano e la locale Chiesa diocesana di Port-de-Paix che conta non più di 40 parrocchie sparse su un territorio vasto e difficile da percorrere per la mancanza di strade in buono stato. Inizialmente si trattava anche di sostenere il clero locale ancora scarso e poco formato, poi, con gli anni, non sono mancate le vocazioni e si sono aperte nuove parrocchie.

Quando sono arrivato c’erano ancora gli echi e i segni del catastrofico terremoto del 12 gennaio 2010, che aveva colpito la zona della capitale di Port-au-Prince con più di 250 mila vittime. Ero presente quando nel 2016 il Paese è stato devastato dall’uragano Matthew che ha colpito duramente tutta la nostra zona con distruzioni, stragi di animali, ma senza vittime tra le persone. Ora il terremoto del 14 agosto è avvenuto nel sud dell’isola, dalla parte opposta rispetto a dove mi trovo. Qui abbiamo avvertito solo una leggera scossa e non abbiamo avuto alcun danno, ma come tutti avete potuto vedere dai notiziari, per le popolazioni della parte meridionale dell’isola c’è stata una catastrofe con almeno 2 mila morti, migliaia di feriti e migliaia di famiglie rimaste senza casa e private di tutto.

L’urgenza è grande e spero che glia iuti possano arrivare presto, sia grazie alla solidarietà internazionale, sia a quella di tante persone sensibili e toccate al cuore da questa ennesima tragedia. Anche nelle nostre comunità stiamo raccogliendo un contributo che sarà piccolo economicamente, ma grande per il suo significato morale, perché sarà letteralmente come togliersi il pane di bocca per aiutare chi sta peggio di noi.

Ai problemi provocati dal terremoto si aggiungono l’instabilità politica del Paese dopo l’assassinio del presidente Jovenel Moise avvenuto il 7 luglio e l’imperversare di bande criminali armate che agiscono nella capitale e nelle regioni limitrofe.

La mia presenza qui vuole essere un segno di amore e di speranza nel nome di Gesù, un modo per dire a questo popolo che non è solo nell’affrontare il proprio cammino verso una vita migliore. Una presenza che dice alla Diocesi di Port-de-Paix, la più povera tra le dieci che compongono la Chiesa haitiana, che la loro ricchezza di fede, proprio perché messa alla prova da tante miserie, è un dono da condividere e che anche la grande e illustre Chiesa ambrosiana può ricevere molto da questo scambio.

Haiti è una finestra che la grande Diocesi di Milano tiene aperta su questa parte povera del mondo per mantenere una reciproca circolazione fresca e rivitalizzante dello spirito del Vangelo che solo tra i poveri sprigiona tutto il suo profetico effetto.

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