In tutto il mondo manifestazioni per lo "sciopero globale" in vista del summit Onu sul clima a New York. Per Andrea Masullo, direttore scientifico dell'associazione, «c’è convergenza nel ritenere la crisi climatica talmente seria da minacciare la stessa civiltà umana. È chiaro cosa si dovrebbe fare, ma il nuovo, benché necessario, fatica ad affermarsi»

di Gigliola ALFARO

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Andrea Masullo

Migliaia di studenti sono scesi in strada in Australia, Thailandia, Indonesia e India, dando inizio, venerdì 20 settembre, allo “sciopero globale” in vista del summit Onu sul clima, in programma da lunedì a New York. Manifestazioni e cortei sono in programma in 150 Paesi di tutto il mondo. Il clou è previsto proprio a New York, con Greta Thunberg.

Anche in Italia è «obiettivo primario» del nuovo Governo «la realizzazione di un Green New Deal, che promuova la rigenerazione urbana, la riconversione energetica verso un progressivo e sempre più diffuso ricorso alle fonti rinnovabili, la protezione della biodiversità e dei mari, il contrasto ai cambiamenti climatici». La svolta green, secondo il programma presentato dal premier Giuseppe Conte, coinvolgerà anche il sistema produttivo, indirizzandolo verso un’economia circolare, che favorisca la cultura del riciclo e dismetta definitivamente la cultura del rifiuto. Ne abbiamo parlato con Andrea Masullo, direttore scientifico di Greenaccord.

Quanto sarà complesso passare dall’annuncio di un Green New Deal alla realtà?
Noi siamo in uno di quei momenti cruciali della storia, in cui il paradigma di regole e di valori che ha guidato il mondo nei secoli precedenti viene riconosciuto come inadeguato a mantenere la prosperità dell’umanità nel futuro. La comunità scientifica mondiale non è mai stata impegnata in modo così massiccio, diffuso e coordinato come avviene oggi per i cambiamenti climatici. C’è una pressocché unanime convergenza nel ritenere la crisi climatica e tutte le altre crisi ecosistemiche, da essa innescate o aggravate, talmente serie da mettere a rischio, insieme alla biodiversità, l’abitabilità di ampie parti del pianeta e di conseguenza minacciare la stessa civiltà umana. È chiaro cosa si dovrebbe fare, anche nei documenti e nelle strategie degli organismi internazionali: si pensi agli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite o alle strategie sul clima e sull’economia circolare dell’Unione europea. Ma è il vecchio paradigma che ancora guida l’economia, con l’incredibile inerzia dei suoi successi del passato; il nuovo, benché necessario, fatica ad affermarsi. La rigenerazione urbana, necessaria a proteggere le popolazioni dalle ondate di calore e dagli eventi climatici estremi che innescano frane e alluvioni, creerebbe anche la prospettiva di città policentriche, con periferie più vivibili e aperte alla socialità. Ma tutto questo ancora si scontra con uno sviluppo urbano guidato dalla speculazione economica, che riempie spazi e volumi per alzare le rendite, crea distanze e bisogni insoddisfatti, produce emarginazione e disgregazione sociale favorendo l’individualismo e la violenza; fino al paradosso della solitudine che domina in periferie sempre più affollate.

Cosa pensa del fatto che Conte abbia auspicato l’inserimento della protezione ambientale e della biodiversità tra i principi costituzionali?
È molto importante, oggetto di molte iniziative mai giunte a compimento anche nel recente passato; sancisce che la biodiversità è un patrimonio inalienabile di tutti i cittadini, fonte primaria di salute e benessere per il presente e per il futuro, che trova il suo significato solo in una conversione reale dell’economia verso la sostenibilità ambientale e sociale; senza di questo rischierebbe di restare un’affermazione di principio, non rispettata come il diritto al lavoro per tutti.

Il premier ha anche annunciato l’introduzione di una normativa che non consenta più il rilascio di nuove concessioni di trivellazione per estrazione di idrocarburi…
In questo caso si tratta di una decisione seria di coerenza con gli impegni a una totale decarbonizzazione dell’economia entro il 2050, come richiesto dall’Unione europea.

Un altro punto del programma riguarda una più efficace “transizione ecologica” e il favorire l’economia circolare: è una questione solo politica o anche culturale?
Non dovrebbe trattarsi né dell’una né dell’altra, ma se presa sul serio dovrebbe essere il superamento di una economia consumista, fondata sullo spreco di risorse minerarie e di risorse naturali. Si tratterebbe dell’affermazione di quel nuovo paradigma economico che abbia al centro la produzione e la distribuzione di benessere e non il profitto e l’accumulo; in altri termini parliamo di uno sviluppo che abbia come obiettivo la qualità della vita e non la quantità dei consumi.

Quanto uno sviluppo di una filiera agricola e biologica e una promozione anche del ritorno alla terra, specialmente come occasione lavorativa per i giovani, possono aiutare anche nella difesa del territorio e nel contrasto agli effetti dei cambiamenti climatici e al dissesto idrogeologico?
Enormemente. Un’agricoltura dolce, che abbia cura delle dinamiche naturali di mantenimento della qualità dei suoli, è anche un’agricoltura che, oltre a dare prodotti più sani, consente risparmi idrici e aumenta la resilienza delle coltivazioni, cioè l’adattamento alle condizioni climatiche che cambiano. Attività agro-forestali sostenibili consentono anche la stabilizzazione dei versanti e il contenimento di fenomeni franosi e alluvionali.

È necessario un nuovo patto sociale e politico per disegnare un’Italia del futuro migliore. Associazioni come Greenaccord che contributo possono dare?
Greenaccord è impegnata nella diffusione dei valori e nella piena attuazione della Laudato si’ di Papa Francesco. Il nostro impegno è di far da ponte fra scienziati e giornalisti sulle questioni ambientali, favorendo la crescita di questi ultimi attraverso incontri internazionali con le massime autorità scientifiche. Il nostro impegno è fare in modo che i giornalisti acquisiscano una corretta conoscenza delle questioni ambientali e sappiano trasmetterle in modo chiaro e positivo al vasto pubblico a cui hanno accesso. Pensiamo che ciò nobiliti il loro ruolo, dando la responsabilità di sensibilizzare il pubblico attraverso un’informazione corretta e seria, senza eccessi catastrofisti che svaniscono rapidamente senza dar frutto. Sensibilizzare, responsabilizzare i cittadini, perché sappiano influenzare la politica e verificare la coerente applicazione nell’azione di governo dei principi annunciati. La nostra visione del giornalista è quella di una sorta di “sentinella del Creato”.

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