Il direttore della sede di Milano della Banca d’Italia, che il 18 novembre partecipa al dibattito con l'Arcivescovo in Cattolica, riflette sulle grandi potenzialità di crescita e sviluppo e sul potere del debito di trasformarsi in vincolo soffocante

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La pandemia ha avuto un costo elevatissimo in termini di vite umane, di sofferenza fisica e spirituale. L’impatto, potenzialmente devastante sulle economie, è stato mitigato dalle autorità con un ampio insieme di politiche che hanno fatto leva anche sull’espansione del credito. Ne parliamo con Giorgio Gobbi, direttore della sede di Milano della Banca d’Italia, che giovedì interverrà alla presentazione del volume di Vita e pensiero Credito e responsabilità sociale.

C’è qualche lezione che possiamo trarre dal libro che verrà presentato per valutare gli effetti di queste politiche?
Il libro mette in evidenza da molti punti di vista le grandi potenzialità del credito come strumento di crescita economica e sviluppo sociale, ma anche il potere altrettanto grande del debito di trasformarsi in un vincolo soffocante degli individui e delle comunità. Alcune delle politiche economiche messe in campo durante la pandemia illustrano entrambi questi lati: le politiche di sostegno all’accesso al credito hanno fornito liquidità alle imprese e alle famiglie per continuare le loro attività anche a fronte del venir meno di importanti fonti di reddito; le moratorie hanno evitato che l’impossibilità temporanea di rimborsare i debiti avesse conseguenze letali per i bilanci delle famiglie e delle imprese. L’enorme aumento del credito durante la pandemia ha impedito che le economie avanzate si avvitassero in una di quelle spirali epidemia/carestia che ha caratterizzato la storia dell’umanità fino a tempi non troppo remoti.

Giorgio Gobbi

L’aumento del debito d’altro canto pone una forte ipoteca sul futuro: saremo in grado di gestire la rete di obbligazioni finanziarie che si è creata?
La questione è di enorme importanza perché sono ancora ben visibili le cicatrici causate dalle crisi dovute all’eccesso di indebitamento, del settore privato e del settore pubblico, a cavallo degli anni ’10 di questo secolo. Per evitare altre crisi da debito due condizioni appaiono prioritarie: rinsaldare la coesione sociale soprattutto tra le generazioni, cioè evitare che gli adulti di oggi spostino le scelte difficili su quelli di domani; politiche favorevoli alla crescita sono soltanto una parte, benché indispensabile, della risposta; lavorare affinché non sia necessario aumentare ancora il debito per far fronte ai danni adesso ancora evitabili quali la distruzione dell’ambiente.

Quali sono i rischi che si ampli il divario tra chi ha e chi non ha sia all’interno delle singole nazioni sia tra le nazioni? Si può ancora usare il credito per aiutare i più deboli?
Abbiamo molti segnali che la pandemia abbia allargato le differenze: la crisi economica non ha colpito tutti allo stesso modo e la ripresa è stata pure diseguale. Nei prossimi anni altri fenomeni, se non ben governati, spingeranno nella direzione di ampliare le disuguaglianze, dall’evoluzione delle tecnologie ai cambiamenti climatici. Per aiutare chi versa in stato di grave bisogno, il credito è uno strumento poco efficace: si può e si deve agire altrimenti. Il credito può invece avere un ruolo molto importante per altre fasce della popolazione (o di Paesi): coloro che possono ragionevolmente utilizzarlo per comprare un futuro migliore. Ed è qui che si apre il discorso su credito e responsabilità sociale. Una società che faccia leva sull’indebitamento per ridurre le differenze nei consumi anziché incidere sulle diseguaglianze dei redditi si può dire che faccia un uso irresponsabile del debito. La crisi dei mutui sub-prime negli Stati Uniti all’inizio di questo secolo ne è un esempio molto istruttivo.

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