Presentata l’indagine on line di AstraRicerche per la Casa della carità: ne emerge un Paese per sua natura solidale, ma minacciato da crisi e indifferenza

di Claudia ZANELLA

Don Virginio Colmegna

«Noi siamo tutti figli di Abramo, ci riconosciamo in lui, perciò l’ospitalità che verrà data qui non avrà frontiere». Citando la Genesi, Enrico Finzi (presidente di AstraRicerche) ha aperto l’incontro di presentazione dei risultati della ricerca “Gli italiani e la carità”, svolta on line da AstraRicerche per conto della Casa della carità. L’incontro si è tenuto presso la sede della Fondazione presieduta da don Virginio Colmegna.

Partendo da un confronto con la precedente inchiesta, effettuata nel 2005, Finzi ha esposto e analizzato i nuovi dati raccolti. L’indagine è stata effettuata su un campione di persone tra i 15 e i 69 anni, allo scopo di capire come si relazionano gli italiani con la carità e quale significato essi le attribuiscano. Nonostante la crisi economica, l’Italia rappresentata da questa ricerca si conferma nel complesso generosa, altruista e solidale. Tuttavia, con la recessione, rispetto al 2005, diminuisce la percentuale di quanti partecipano attivamente, mentre si registra un incremento di indifferenza nei confronti delle tematiche legate alla carità.

Nel dettaglio, 9,4 milioni di italiani hanno ammesso di «non riuscire più ad aiutare gli altri, avendo gravi difficoltà economiche o non avendo più risorse», mentre la platea dei donatori è crollata dal 33% del 2005 al 20% attuale e si è dimezzata dal 41 al 20% anche la quota di chi fa spesso l’elemosina a chi la chiede per strada. In pratica, per quanto riguarda il rapporto con la carità – inteso come impegno in prima persona nel volontariato, disponibilità a fare donazioni a realtà no profit e capacità di indignarsi di fronte all’ingiustizia, gli italiani sono divisi in due: poco più della metà, (53,4%) si dichiara attivo, mentre il restante 46,6% dice di non esserlo o per questioni economiche o di principio. Un altro dato preoccupante è che il 53,9% degli italiani è ostile, indifferente o poco attento ai temi legati alla carità.

Finzi ha poi ricordato l’importanza del cristianesimo nella diffusione del sentimento di carità. I dati della ricerca hanno infatti messo in luce come questa virtù teologale si sia radicata nella nostra società fino a diventare un valore civile, condiviso anche da individui appartenenti ad altre religioni o del tutto atei. Finzi ha infine voluto portare l’attenzione sulla meritocrazia e la dignità umana: «Abbiamo voluto chiedere agli intervistati quali persone, in un momento di grave difficoltà, abbiano più bisogno di aiuto». Tra i risultati troviamo in testa i bambini e i malati, mentre per ultimi le prostitute, i nomadi e i Rom. Da questi dati si rileva la convinzione dell’esistenza di una disparità di dignità tra le persone. «Non può esserci differenza tra gli esseri umani. Non importa chi è o che cosa un individuo possa aver fatto. Se una persona è in grave difficoltà ha bisogno di essere aiutata, siamo tutti figli di Dio. Tanti anni di cattiva politica hanno portato alla demonizzazione di alcune categorie umane», ha concluso Finzi.

Ha preso poi la parola Roberto Mancini, docente di Filosofia teoretica all’Università di Macerata: «Dare coincide con ricevere: ciò che doniamo all’altro costituisce la nostra identità». Il filosofo ha voluto mettere l’accento sul rapporto che intercorre tra carità e giustizia. Per conciliare questi due valori è necessario, secondo Mancini, che non si scordi l’importanza della reciprocità e della gratuità dell’atto di carità. Senza di esse, si esalterebbe la diffusione della credenza, già citata da Finzi, di una disparità della dignità umana all’interno della società.

Ha concluso l’incontro don Virginio Colmegna, ricordando gli obiettivi e i valori che la Fondazione porta avanti. «All’interno di quest’orizzonte di solidarietà e fraternità, vogliamo rompere i criteri “meritocratici”, accogliendo gli esclusi, quelli che nessuno riceve, e rendendoli protagonisti», ha sottolineato.

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