Nella sua attività pubblica ha saputo determinare svolte importanti nella storia del nostro Paese. E in tutti i ruoli a cui è stato chiamato ha sempre interpretato l’autorità come servizio

di Renzo SALVI

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Giovanni Bianchi

Giovanni Bianchi ci ha lasciato ieri, nella mattinata del 24 luglio 2017, dopo un’esistenza ricca di studio e di scrittura, densa di impegno, spesa per l’associazionismo democratico, capace di percorsi nella quotidianità e nelle istituzioni. Quello che per altri sarebbe un cursus honorum è stato nella sua esistenza un cammino di impegno e di disponibilità, di testimonianza cristiana nel sociale, per la democrazia e per il progresso, nello sguardo di Dio e per la causa dei lavoratori.

Conseguita la laurea presso l’Università Cattolica in Storia e istituzioni dei Paesi afro-asiatici, insegna Filosofia e storia nei licei (a Como, a Sesto, ecc), mentre è attivo nel post-Concilio, tra aggiornamento e dissenso, nella sua città, col Centro culturale “Ricerca”, e in ambito nazionale. Dopo un’esperienza da consigliere comunale per la sinistra democristiana, nelle Acli è militante e formatore, prima di esserne Presidente in Lombardia e a livello nazionale. È tra i fondatori del Partito popolare e ne diviene Presidente guidandolo verso gli approdi del centrosinistra; è ispiratore e costruttore dell’Ulivo, così come è tenace propulsore della nascita del Partito democratico. Nell’esperienza parlamentare, dal 1994 al 2006, interpreta queste appartenenze e le sue attenzioni per le terre lontane come relatore della legge per la remissione del debito ai Paesi del Terzo mondo.

Sesto San Giovanni, città dalle grandi passioni politiche, cittadella dell’acciaio e Stalingrado d’Italia, luogo di incarnazione di ideologie forti e contrapposte, è stata la sua radice profonda e la sua ispirazione: figlio di una famiglia operaia di salda radice cattolica, ha portato tutte queste appartenenze in una attività pubblica che ha saputo determinare svolte importanti nella seconda parte della storia del Novecento italiano. Nel ricordo personale di Giovanni, le ultime parole rivoltegli dal padre, operaio agli altoforni della Falk e attivo nell’associazionismo cattolico, erano state: «Te racumandi i asuciaziun» («Ti raccomando le associazioni»). A quell’impegno di fedeltà non è mai venuto meno.

Legata, a specchio, a sostegno di tutto questo percorso l’elaborazione culturale di Giovanni Bianchi ha attraversato gli ambiti della sociologia e della pedagogia culturale, dell’animazione sociale e della teologia, della teoria politica, della narrazione e della poesia: articoli, saggi, riviste, volumi fissano ora gli interventi di un cammino che è stato e che è indicazione di futuro. Spesso in questi contributi il nome di Giovanni Bianchi è associato ad altre firme: tante di queste rimandano a un gruppo di (allora) giovani che all’inizio degli anni Settanta si raccolse intorno alla sua figura ed al suo percorso condividendone anche le scelte di carattere associativo e affiancandolo in molti incarichi o assumendone di paralleli, studiando insieme, scrivendo “a penne alternate”, contribuendo alla costruzione di un pensiero con sensibilità diverse e passioni comuni. Condividendone i grandi incontri e le grandi consonanze: con Giuseppe Lazzati, con Marie Dominique Chenu, con Giuseppe Dossetti… E con Davide Maria Turoldo, Ernesto Balducci, Carlo Maria Martini…

Tutto questo, nello scrivere e nell’operare, aveva un afflato fraterno: Giovanni Bianchi ha saputo sempre guidare convincendo, ha esercitato il comando orientando, ha spinto, coinvolto, suggerito… Ha insegnato da fratello maggiore: memore – spesso commentandolo con compagni di viaggio in avventure televisive – del passo evangelico che invita a “non farsi chiamare” maestri o guide e a ricordare che il Padre è chi sta nei Cieli. Così l’autorità è servizio. E il maggiore è colui che serve.

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