Questione generazionale, un osservatorio per conoscere la realtà autentica

di Alessandro ROSINA

Alessandro Rosina

Si parla molto di giovani in Italia, ma quanto sappiamo davvero della loro realtà? Nel dibattito pubblico è persistentemente presente la questione generazionale, ma poco si fa poi in concreto per dare vere risposte. Ormai si discute della disoccupazione giovanile con lo stesso fatalismo con cui si parla del tempo che fa. Proprio perché mancano adeguati strumenti di conoscenza e interpretazione della realtà il rischio è alla fine quello di alimentare luoghi comuni e fornire letture parziali che costituiscono un alibi alle carenze dell’azione pubblica. Come uscire da questa situazione che non penalizza solo i giovani e le loro famiglie, ma il Sistema Paese nel suo complesso? Non valorizzando e stimolando le capacità e la voglia di fare dei giovani come si possono creare le premesse per una società più prospera e più equa?

A mancare sono soprattutto dati che consentano di ottenere una autentica lettura dei cambiamenti in atto, di arricchire il nostro potere conoscitivo non solo su ciò che non va, ma anche sugli aspetti positivi da incoraggiare. Proliferano piccole indagini occasionali su temi molto specifici, utili solo a consolidare sterili stereotipi, mentre mancano nel nostro Paese ampie e solide indagini disegnate in modo da seguire per un tempo sufficientemente lungo i percorsi e i progetti di vita delle nuove generazioni. Sull’esempio delle migliori esperienze europee, l’Istituto Toniolo ha messo in campo un osservatorio che consente di colmare questa lacuna e proporsi come il punto di riferimento principale in Italia su analisi, riflessioni, politiche utili a conoscere e migliorare la condizione dei Millennials. Termine quest’ultimo sempre più frequentemente usato per indicare la generazioni degli attuali under 30, che corrispondono a chi è diventato maggiorenne dopo il 2000. Il proposito, come indicato nel sito www.rapportogiovani.it dedicato alla ricerca, è quello di «capire chi sono veramente i giovani, cosa si propongono, in cosa hanno fiducia, che sentimenti nutrono nei confronti della politica e dell’impegno pubblico, quali progetti hanno circa la famiglia, la professione, il proprio futuro».

I primi risultati ottenuti dall’estesa indagine svolta attraverso l’Ipsos – arrivata a contattare 9 mila giovani – già aiutano a superare alcuni luoghi comuni restituendo il quadro di un universo vivo e pulsante, non ingenuo e spaurito, con alla base chiari valori di riferimento pur in un contesto di grande incertezza. In primo luogo gli intervistati appaiono consapevoli delle difficoltà e degli ostacoli che li aspettano. Ma continuano, nonostante le poche opportunità di valorizzazione, a credere nelle proprie capacità e a chiedere di essere messi alla prova. La crisi ha peggiorato le loro prerogative, ma non abbassato ambizioni e aspettative. Più della metà di chi lavora è insoddisfatto della remunerazione e oltre il 40% svolge un’attività non pienamente coerente con il proprio percorso formativo. Si accetta, quindi, pragmaticamente un impiego anche se non è quello ideale, pur di non rimanere inattivi, ma con la speranza però di poter migliorare progressivamente la propria condizione. Il 90% continua infatti a considerare il lavoro come un luogo di impegno personale e una modalità di autorealizzazione. Ma anche un mezzo per costruire un proprio progetto di vita. Meno di uno su quattro si accontenta di avere meno di due figli, quasi il 40% ne vorrebbe almeno tre. Tutt’altro quindi che bamboccioni, individualisti e poco disposti ad adattarsi. Sono però anche più soggetti al rischio di demotivazione se non trovano riscontri diretti e concreti che il loro contributo è riconosciuto e apprezzato. Questo vale sia nel campo dell’impegno politico e sociale che in ambito lavorativo. Quasi uno su due è pronto a lasciare per andare all’estero, ma la grande maggioranza vuole, prima di fare tale passo, cercare di realizzare i propri progetti professionali e di vita nel paese d’origine. Il riferimento principale è quello della famiglia, la cui importanza è anzi cresciuta. Se il mondo estero appare come un mare in burrasca, la casa dei genitori rimane un porto sicuro. Sono infatti molti (oltre il 70%) quelli che tornano alla base dopo essere usciti per studio o lavoro, in mancanza di opportunità e a fronte di un sistema di welfare particolarmente inadeguato nel fornire strumenti di supporto all’intraprendenza dei giovani. Con il rischio però che la casa paterna diventi un rifugio e perda la sua funzione di rampa di lancio verso spazi inesplorati.

Infine, fuori dalla famiglia resiste la scuola. Se le istituzioni sono in generale sentite come entità lontane, viene invece data molta importanza alle relazioni sia tra pari che con genitori ed educatori in grado di porsi come interlocutori affidabili.

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