Un record negativo per l’Italia, che emerge dall’ultimo rapporto annuale del Cnel. E tra chi lavora molti hanno un contratto precario

di Andrea CASAVECCHIA

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Ancora una volta i dati sul mercato del lavoro sono inquietanti. Dall’ultimo rapporto annuale del Cnel (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro) si evince la crescita della disoccupazione, che in quattro anni è stata vertiginosa: 1 milione di persone in più rispetto al 2008 sono a spasso. Ancora una volta sono i giovani a pagare il prezzo più alto delle vicissitudini economiche: tra loro la disoccupazione è oltre il 40%, un record negativo per l’Italia.

Ma non basta. Se considerassimo i contratti precari, osserveremmo che coinvolgono il 12,6% del totale tra gli occupati. Si tratta di circa 3 milioni di persone, un terzo delle quali giovani. Il Rapporto Cnel conferma poi la consistenza del numero degli scoraggiati che si aggira intorno al 20%.

Consoliamoci. La situazione sarebbe potuta essere più grave, ci dicono gli esperti, perché negli ultimi quattro anni senza alcuni ammortizzatori sociali come la cassa integrazione o come i tanto discussi pre-pensionamenti e senza i contratti di solidarietà, che hanno permesso la riduzione delle ore lavorate per occupato, il calo avrebbe registrato dimensioni più ampie: «Le perdite sarebbero pari a 1 milione 870mila occupati».

Proprio da quelle misure “consolatorie” traiamo le ragioni di fondo della fragilità lavorativa dei giovani, originata da una riforma del mercato del lavoro incompiuta, che ha creato una forte disuguaglianza intergenerazionale: gli adulti, a fronte di un lavoro stabile e relativamente sicuro (la disoccupazione in età matura è del 4,9%) godono di un sistema di welfare consolidato e abbastanza attrezzato; i giovani trovano un lavoro instabile e insicuro con un sistema di interventi sociali dove non ci sono ancora pratiche sperimentate e privo di risorse. Così il lavoro flessibile, immaginato come lavoro di ingresso, per le nuove generazioni si è rivelato un’autentica trappola. I contratti precari non aiutano a fare esperienza ma tamponano l’emergenza: l’azienda li paga meno, hanno tutele scarse, facilmente si possono lasciare a casa. In tempi di vacche magre i giovani, quelli che si dovrebbero inserire, gonfiano a dismisura le sacche di disoccupazione. Anche l’ultima grande misura introdotta che ha posticipato l’età pensionabile, sicuramente avrà alleviato i conti dello Stato, ma ha schiacciato l’ingresso lavorativo dei giovani, perché impedisce il ricambio.

Il mercato del lavoro ci sbatte in faccia il conflitto generazionale silenzioso che attraversa il nostro Paese e che potrà essere risolto soltanto attraverso un nuovo patto che deve tenere in considerazione i giovani, gli adulti e gli anziani. Sono estremamente utili alcuni interventi specifici che questo Governo sta introducendo: sostegno allo “start up” per giovani imprenditori, semplificazione con le Regioni delle regole per avviare i corsi di apprendistato, riduzione dei costi del lavoro per le aziende che assumono giovani.

Serve qualcosa di più, per sanare la frattura, perché, finché non riusciremo a segnare un percorso di futuro, saremo incapaci di fondare un patto di solidarietà tra le generazioni, perché verrà a mancare il cuore su cui costruire la fiducia reciproca tra giovani e vecchi.

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