L’omicidio-suicidio di Milano è un caso limite, ma sono diverse le modalità con cui si esprime la fragilità e l’incapacità di reggere le frustrazioni

di Alberto CAMPOLEONI

giovani e alcol

C’è un episodio della cronaca dei giorni scorsi che ha colpito fortemente l’opinione pubblica. Si tratta dell’omicidio-suicidio avvenuto a Milano, dove un giovane ha trascinato con sé nel vuoto, dal settimo piano di un palazzo, la sua ex fidanzata. Due giovani – 20 anni lui, 19 lei – e una fine orribile. I dettagli sono poi inquietanti: lui che avrebbe premeditato il gesto, con la lucida determinazione di far uccidere la ragazza alla quale aveva voluto bene, ma che l’aveva lasciato. Lei che cade nella trappola di una festa con amici e di un invito a una chiacchierata a due, capisce, si dibatte, non può far nulla.

Come si spiegano fatti del genere? Come spiegare, ad esempio, la reazione così violenta e determinata di un giovane di fronte a un amore che finisce e che si trasforma in odio? Lucido e micidiale. E a pensarci bene, l’episodio si affianca a tanti altri fatti di cronaca, nei quali generalmente uomini tormentano, spesso fino all’omicidio, donne con le quali hanno avuto una relazione d’amore. I riflettori, soprattutto negli ultimi tempi, sono stati puntati spesso sui casi di “femminicidio” che hanno occupato le cronache.

Ma torniamo a Milano. Tanti esperti hanno parlato di “fragilità”, di amore scambiato per possesso e di incapacità di reggere le frustrazioni, approdando al desiderio della vendetta, fino all’omicidio. Poi hanno puntato il dito sull’educazione, sulla famiglia e sulla scuola. Sulla necessità di offrire, ai nostri giovani modelli efficaci, ad esempio relativamente alle relazioni uomo-donna nelle famiglie. «La fragilità dei figli è la fragilità dei genitori e della stessa società», spiegava il sociologo Maurizio Tucci, presidente del Laboratorio Adolescenza. I giovani sono “l’anello più debole”, che dunque ne risente per primo. Soffrono per un clima esasperato di competitività avviato nelle stesse famiglie – «I padri e le madri stressano il figlio affinché sia il più bravo, il più bello, il più popolare» – ma anche per alcune derive della nostra società tecnologica, con i social network sempre più importanti per la socializzazione e insieme più aperti al giudizio altrui, a dinamiche di insicurezza.

C’è poi il problema, ben noto, degli “investimenti” dei genitori sui figli, oggi sempre più “merce rara” e iperprotetta. Capita che su di loro si faccia un investimento straordinario, con la difficoltà a lasciare che si organizzino da soli. Ancora una volta, iperprotetti e più soli. Per di più, come sottolinea Fulvio Scaparro, spesso incapaci di metabolizzare le sconfitte con la fiducia di “saper ripartire”. Questa fiducia, invece, dovrebbero “mangiare” a pranzo e a cena.

Naturalmente il caso di Milano è un caso limite (tuttavia da non sottovalutare), ma sono diverse le modalità con cui si esprime, negli adolescenti e nei giovani la fragilità, a cominciare dai disturbi alimentari, fino al ritiro e all’isolamento sociale, fino all’estremo del suicidio.

C’è una ricetta per evitare tutto questo? Probabilmente no. Tuttavia ogni caso deve far riflettere e far crescere la consapevolezza di chi educa – scuola compresa – della necessità di farsi carico “dei più piccoli” con responsabilità e a tutto tondo. Avendo a cuore la loro crescita intellettuale, affettiva e spirituale, inserendo qui quella capacità di amare legata alla libertà e al rispetto di se stessi e degli altri. Si impara “abitando” relazioni buone che proprio gli educatori possono/devono rendere possibili.

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