La posizione della Chiesa cattolica sul referendum di Zurigo

Eutanasia

In Svizzera si continuerà a praticare l’eutanasia, anche per i non residenti nel Paese. Questa, in estrema sintesi, la risposta che gli abitanti del Cantone di Zurigo hanno dato domenica 15 maggio in un referendum sull’aiuto al suicidio assistito basato su due quesiti promossi da due partiti conservatori. Il primo, presentato dall’Unione democratica federale (Udf, d’ispirazione cristiana), puntava a chiedere al Parlamento svizzero di rendere punibile qualsiasi forma di istigazione e di aiuto al suicidio. Il secondo, avanzato dal Partito evangelico, mirava a porre fine al “turismo della morte”, limitando la possibilità di eutanasia ai soli residenti nel Cantone da almeno dieci anni. I partiti conservatori erano decisi a fissare dei paletti in materia, ma gli abitanti del Cantone zurighese hanno rigettato entrambe le proposte con una percentuale di voti contrari dell’80%. L’interesse per l’esito dello scrutinio andava oltre i confini del Cantone perché il governo federale deve presentare in autunno un disegno di legge che disciplini l’assistenza organizzata alla dolce morte.

Da sempre il “no” della Chiesa cattolica

I vescovi svizzeri sono sempre stati contrari al suicidio assistito e organizzato e all’indomani del referendum che si è svolto nel Catone di Zurigo, ribadiscono il loro “no” all’eutanasia riproponendo il dossier sulle cure palliative redatto dalla Commissione per la pastorale sanitaria di Zurigo. Il portavoce della Conferenza episcopale svizzera Walter Müller conferma «l’importanza di questa votazione perché è l’espressione chiara di un’opinione pubblica largamente a favore dell’aiuto al suicidio nel Cantone di Zurigo, che è il Cantone più popolato della Svizzera». E aggiunge: «I vescovi svizzeri hanno affermato da sempre di essere per l’interdizione dell’aiuto al suicidio assistito che è portato avanti da organizzazioni che operano veri e propri suicidi». In un comunicato del 2008, i vescovi già esprimevano la loro preoccupazione per la tendenza da parte di queste organizzazioni di “assistenza” al suicidio di guadagnarsi presso l’opinione pubblica cerchie di favore “sempre più allargate”.

I dati

I dati diffusi in seguito al referendum di Zurigo parlano chiaro. In Svizzera, il suicidio assistito è consentito dal 1941, a condizione che non sia legato ad alcun motivo egoistico ed è ammesso solo in modo passivo, cioè procurando a una persona i mezzi per morire, ma non aiutandola a farlo. Ha ragione il Partito evangelico a parlare di “turismo della morte”: in effetti, secondo le cifre fornite dall’associazione “Dignitas”, che in Svizzera assiste cittadini stranieri candidati all’eutanasia, dal 2010 sono state 1.138 le persone giunte dall’estero decise a farla finita (592 dalla Germania, 118 dalla Svizzera, 102 dalla Francia, 18 dagli Stati Uniti e 16 dalla Spagna). Nel 2003, le persone venute dall’estero per togliersi la vita in Svizzera rappresentavano il 6,5% del totale dei suicidi assistiti, nel 2007 il 9,7%.

Le cure palliative

«Ciò che però oggi sta a cuore all’episcopato svizzero – dice Muller – è il progetto di legge in materia che dovrà essere discusso in autunno a livello confederale». Il portavoce dei vescovi svizzeri rilancia la “presa di posizione” della Commissione bioetica della Conferenza episcopale diffusa qualche giorno fa in vista del referendum del 15 maggio di Zurigo in cui i vescovi spiegano che il “no” al suicidio assistito «può essere condiviso da tutti» perché si fonda su una convinzione «razionale e umanistica». E aggiungono: «È un’illusione pensare di poter escludere la sofferenza e la morte dalla vita». «In realtà – prosegue l’episcopato svizzero – l’assistenza al suicidio non è un aiuto. Contraddice il dovere fondamentale della protezione di ogni vita umana. È falso pensare che si possa e si debba rispondere alla domanda di suicidio espresso da una persona. Il desiderio di morte non corrisponde che raramente ad una decisione presa liberamente. Essa è invece sempre sottomessa alla pressione delle circostanze: la sofferenza, il sentimento della perdita di senso e la paura di essere un peso per i parenti». A questo proposito i vescovi ritengono “essenziale” credere che «la compassione verso una persona sofferente non risiede nell’omicidio, ma nel prendersi cura» e che questo compito non può essere lasciato unicamente al personale medico. Da qui, il forte appello dell’episcopato svizzero (lanciato addirittura nel 2008) affinché lo Stato «s’impegni più fermamente alla promozione delle cure palliative».

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