In vista del voto per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo, monsignor Luca Bressan, Vicario episcopale per la Cultura, la carità, la missione e l’azione sociale, riflette sul ruolo dei cristiani

di Pino NARDI

don luca bressan

«Abbiamo una specificità culturale da spendere per aiutare a capire il mondo, nel suo cammino di maturazione storica che si deve alla capacità nata dalla prospettiva cristiana. Perché l’Europa sia il nostro futuro, occorre maturare la nostra fede fino ad arrivare al concetto di cittadinanza, come conseguenza naturale». Monsignor Luca Bressan, Vicario episcopale per la Cultura, la carità, la missione e l’azione sociale, riflette sul ruolo dei cristiani in vista delle prossime elezioni europee, tanto decisive per il futuro di tutti quanto poco presenti nel dibattito pubblico se non in termini strumentali.

Dunque, come vede il futuro del Vecchio Continente?
La specificità europea è quella del primato e del valore della persona. Ragionare sul futuro dell’Europa vuol dire fare vedere in che modo il cristianesimo ha lavorato per modificare il legame sociale e come c’è spazio ancora per questo.

Il 25 maggio si svolgeranno elezioni decisive per capire quale strada imboccherà l’Unione europea…
Le elezioni devono essere un momento per approfondire cosa vuol dire essere cittadini e impegnarsi nella costruzione del futuro. Quindi primo aspetto è tirar fuori le elezioni dal rischio di un provincialismo e di una dimenticanza che ci proietta solo sull’Italia, quasi che potessimo costruire un futuro senza immaginare il destino dei popoli. Su questo è evidente il richiamo alla cattolicità della fede, alla riflessione non soltanto politica, ma a partire dalla nostra fede che chiede di farci carico del bene di tutti, sapendo che c’è una specificità che è giusto custodire e che è un bene per tutto il mondo: ciò che l’Europa ha da dare è il primato della persona e penso in particolare al Welfare.

Da sempre il cristianesimo ha giocato un ruolo fondamentale nella costruzione europea…
È così. Il cristianesimo ha sempre creduto all’Europa – basti ricordare i monaci del Medioevo – e ha continuato a farlo anche in epoche in cui i nazionalismi (si pensi al XIX secolo) spingevano verso forme di Chiese nazionali, indebolendo il comune riferimento europeo. Questo indica la forte tensione e attenzione interna al cristianesimo verso i valori fondativi europei. Pensiamo a Paolo VI e all’appello alla pace all’Onu pronunciato nel 1965, «Mai più la guerra!», lui che pensava alla Chiesa come maestra di umanità e considerava l’Europa uno spazio privilegiato.

Si parla di rilanciare il sogno europeo. Come fare?
Il sogno da concretizzare è quello di una società plurale in cui giocare la nostra testimonianza di cristiani, convinti che così nutriamo la cittadinanza di tutti, imparando e facendo imparare una grammatica di immaginazione politica. In sintesi, sapere, imparare di più sull’Europa con dosi massicce di educazione civica, sul suo ruolo, sulle sue leggi, con un’attenzione ai grandi progetti inclusivi e propositivi (“fiore all’occhiello” è Erasmus), perché non ci sarà un’Europa vera senza un insieme sociale coeso capace di riconoscersi in valori condivisi e in una tradizione che non è artificiale, ma che è realissima e feconda.

Eppure il rischio di una diffusione del populismo è reale…
Questo è dovuto soprattutto alla mancanza di memoria. C’è il rischio che nel decadimento dell’idea di Europa si dimentichi qual è stato il nostro passato e quali sono le nostre radici, non soltanto cristiane ma anche antropologiche: l’idea di uomo che siamo riusciti a costruire e di cui godiamo anche i benefici.

In questo contesto quale può essere il contribuito dei politici di ispirazione cristiana?
Quello di ricostruire una politica per lavorare tutti al bene comune. Ma c’è bisogno soprattutto che ognuno si senta responsabile del bene dei fratelli.

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