L’immobilismo sociale italiano li spinge a migrare in altri Paesi. E la Regione con più abbandoni è la Lombardia

di Andrea CASAVECCHIA

giovani

Assistiamo al continuo esodo di giovani e giovani adulti. L’immobilità sociale presente nel nostro Paese è un forte incentivo all’abbandono dei confini nazionali. I dati sono impressionanti. Nel periodo che va dal 2008 al 2012 oltre 250mila residenti in Italia si sono diretti verso altri lidi: destinazione Gran Bretagna, Germania, Spagna soprattutto. Nel solo 2014 dichiara l’Aire (l’anagrafe degli italiani all’estero) per la prima volta nell’ultimo decennio gli emigranti hanno superato quota 100mila, la metà sotto i 40 anni. L’esodo è generalizzato, silenzioso e costante. Non parliamo della fuga dal Mezzogiorno. La Regione con più abbandoni è la Lombardia che conta 18.425 emigranti, quasi uno su cinque.

I giovani non cercano solo un lavoro, ma una prospettiva di futuro. Così di fronte a una strada bloccata, mentre in altri periodi storici e contesti sociali la mancanza di opportunità avrebbe alimentato dei movimenti civili di richiesta e/o di protesta, la decisione attuale di tantissimi giovani italiani è andare via.

L’Italia insieme al Regno Unito è il Paese che riproduce più facilmente le differenze di status nel passaggio da una generazione all’altra. In un caso su due se si proviene da famiglia di ceto popolare si rimane in quella condizione sociale, invece quando si proviene da famiglia agiata è altamente probabile che si conservi la posizione. A questo si aggiunga che da noi l’investimento verso i giovani è stato continuamente ridotto a favore dei pensionati e dei dirigenti: mentre circa trent’anni fa i cittadini sotto i 35 anni raggiungevano un livello di ricchezza dell’82%, fatto 100 il livello pro capite, già nel 2008 prima degli effetti della crisi, questo livello era sceso al 62%. Negli anni della crisi poi le categorie che hanno guadagnato posizioni nella distribuzione della ricchezza sono stati i dirigenti che nel 2012 avevano già raggiunto il 245,9% e i pensionati che hanno raggiunto la media pro capite. A farne le spese maggiori i giovani, ovviamente.

Dobbiamo prendere atto che in questo periodo le proposte lavorative per i giovani sono state per lo più precarie e scarsamente remunerate, in alcuni casi per niente remunerate (come i tirocini per l’accesso agli ordini delle professioni); il numero dei lavoratori poveri ha raggiunto quota 4 milioni e coinvolge soprattutto i minori di 40 anni. Non si tratta solamente di persone a bassa qualifica. Parliamo di diplomati e laureati. I mini job, d’ispirazione tedesca creano sudditi più che cittadini, perché non rendono indipendenti economicamente e rimangono fortemente condizionati dalle intemperie dei mercati.

Il nostro sistema espelle i giovani e le giovani migliori. Quelli che hanno studiato e raggiunto titoli di studio con maggior profitto, quelli che si sono specializzati professionalmente. I costi dell’immobilismo ci portano a impoverire il nostro Paese. Non solo si perde l’investimento in istruzione, ma perdiamo la creatività e la capacità innovativa oltre all’energia e all’entusiasmo di chi ha potenzialità per cambiare. L’esperienza ormai dovrebbe aver insegnato che proporre un lavoro per sbarcare il lunario nell’immediato non è sufficiente a sostenere la progettualità di chi vuol costruirsi una vita, si passa allora dalla sfiducia verso la società in cui si è nati alla decisione di tentare un’altra strada.

 

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