L’ombra dell’esercito sul voto del 28 novembre

a cura di Daniele ROCCHI

Il Cairo

Venti morti e centinaia di feriti: è il bilancio degli scontri che negli ultimi giorni hanno visto fronteggiarsi esercito e polizia con migliaia di manifestanti in piazza Tahrir, al Cairo, luogo simbolo della rivoluzione dello scorso gennaio. «Le proteste – spiega padre Luciano Verdoscia, missionario comboniano che da circa vent’anni vive e opera nella capitale egiziana – sono scoppiate a causa degli arresti e dei processi sommari da parte dell’esercito, con condanne inflitte ai manifestanti che avevano partecipato ad attività politiche. In Egitto, è bene ricordarlo, vige ancora la legge marziale. La popolazione, nei cui strati non si annoverano solo i giovani della rivoluzione, ma anche forze islamiste, ha chiesto la loro liberazione. La velocità di questi processi contrasta con il ritardo con cui vengono condotti quelli contro la corruzione e le ingiustizie del vecchio regime causando irritazione nella gente».

Ma c’è un secondo motivo alla base degli scontri: «È quello dei princìpi sovracostituzionali, che hanno creato grande dibattito e attraverso i quali l’esercito vorrebbe garantirsi alcuni privilegi legati alla gestione del potere e del governo. Questa situazione ha scatenato le manifestazioni avviate dagli islamisti che poi hanno abbandonato la piazza lasciandola ai giovani. Negli scontri è riapparsa, poi, la polizia della sicurezza di Stato, smantellata dopo la caduta di Mubarak, ma che ha ripreso le sue attività contribuendo a creare ulteriori disordini. Tuttavia, la rivoluzione ha scosso la coscienza della gente. Nonostante lo spettro del fondamentalismo il processo democratico deve continuare e la gente ne ha piena coscienza e non si lascerà andare. Le manifestazioni di quest’estate sono state segnate dalla presenza di teppisti – collegati con polizia e forze armate – che hanno provocato disordini così da giustificare la repressione e la violenza dell’esercito. La stessa strategia è stata applicata anche questa volta».

Tra due blocchi

Il 28 novembre si terranno le elezioni politiche che vedranno milioni di egiziani scegliere i rappresentanti della Shura, la camera bassa del Parlamento. Padre Verdoscia non nasconde i timori: «In questo scenario il voto rischia di trasformarsi in un bagno di sangue. Ma, nonostante le tensioni, l’Egitto ha grande voglia di avanzare nel cammino verso la democrazia». Sul campo degli schieramenti politici il Paese sembra diviso tra un riformismo islamico e l’estremismo, una polarizzazione che vede, da un lato, il blocco islamista, formato, afferma il missionario, «principalmente dai Fratelli musulmani e dai Salafiti, le cui origini rimandano al wahabismo di origine saudita» e, dall’altro, «il blocco dei partiti liberali, di sinistra e delle nuove formazioni. Tra queste anche quella degli appartenenti al partito democratico nazionale dell’ex presidente Mubarak, riammessi al voto da una Corte egiziana. Una decisione vista come un segnale non positivo dalla popolazione che teme sempre un ritorno del vecchio regime». I Salafiti sono diventati sempre più influenti in Egitto: non hanno preso parte alla rivoluzione del 25 gennaio e sono scesi per le strade del Cairo solo quando era certo che il presidente Mubarak sarebbe capitolato. Il movimento sta ora facendo di tutto per approfittare di questo periodo di transizione e imporre la sua visione.

Cristiani defilati

A temere maggiormente le conseguenze di una loro ascesa politica sono i cristiani copti e le donne. Non è un caso, spiega il religioso, che «le posizioni dei cristiani in questo momento appaiano piuttosto defilate, tendenti a favorire candidati moderati e reputati capaci di buon governo. Se l’Egitto dovesse cadere nelle mani del fondamentalismo islamico, sarebbe un problema anche per il ruolo centrale che questo grande Paese riveste nella regione». Accantonata l’idea di un partito cristiano in lizza, «che sarebbe diventato molto probabilmente obiettivo di attacchi» la Chiesa copto-ortodossa e quella cattolica hanno invitato i loro fedeli «a scegliere tra i vari candidati, anche musulmani, che militano in quelle formazioni con orientamenti più democratici e moderati. Ci sono in effetti candidati di fede musulmana molto aperti». E sono questi ultimi, oltre i pochi candidati di fede cristiana, che si divideranno il voto dei cristiani che, «secondo nuove statistiche rappresenterebbero il 20% circa della popolazione». Alcuni analisti, tuttavia, si dicono certi che andrà a votare solo il 23% dei cristiani egiziani. Favorito appare il blocco islamista, accreditato del 30-35% dei voti. «In questi anni – dice padre Verdoscia – gli islamisti hanno lavorato molto tra la gente, tra le fasce deboli della popolazione che hanno nella religione un elemento identitario. E nel nome della religione risponderanno quando saranno nelle urne. Per questo motivo, credo che sia urgente lavorare molto sul significato di parole come democrazia, diritti e libertà».

«Ci sono coloro che pensano che l’Egitto non sia pronto per la democrazia ma io credo il contrario. La popolazione – conclude – vuole l’autodeterminazione. In questo momento per gli egiziani democrazia significa elezioni corrette, nelle quali i cittadini possano votare liberamente coloro che pensano siano degni di governare».

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