Il progetto elaborato da Caritas Italiana e Acli presentato nei giorni scorsi al presidente Napolitano e a breve sarà illustrato anche al Governo In Europasolo Italia e Grecia sono prive di una misura universalistica di sostegno di questo tipo

di Claudio URBANO

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Roma - Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con il Presidente Nazionale dell'ACLI Dott. Gianni Bottalico in occasione dell'incontro al Quirinale, oggi 23 giugno 2014. (foto di Antonio Di Gennaro Ufficio Stampa della Presidenza della Repubblica)

Sembra scomparso dal dibattito politico di questi giorni il tema di un reddito di cittadinanza, forse perché la «priorità data dal Governo alla questione degli 80 euro ha finito per mettere in ombra ciò che a noi sta più a cuore» commenta Francesco Marsico, responsabile dell’area povertà di Caritas italiana, che nei giorni scorsiha illustrato al Presidente della Repubblica la proposta per un “reddito di inclusione sociale” elaborata insieme alle Acli e alle associazioni della Rete italiana contro la povertà.

Il tema non è nuovo. Le Caritas lombarde ne avevano parlato già tre anni fa, mentre il programma di Sostegno integrato all’autonomia (Sia) già previsto dal precedente Hoverno – con misure analoghe aquelle del reddito d’inclusione -verrà sperimentato tra la fine del 2014 e il 2015. In Europa solo Italia e Grecia sono però prive di una misura universalistica di sostegno al reddito, e un intervento contro la povertà è, secondo i soggetti proponenti, più che mai urgente.

A confermarlo i dati Istat sulle famiglie in povertà assoluta, cresciute di un terzo tra il 2011 e il 2012, e ben del 70% se si guarda al 2005, prima della crisi. È ormai quasi il 7% delle famiglie, in totale 4,8 milioni di persone, a non potersi permettere acquisti «per una vita dignitosa». Numeri in crescita che secondo le associazioni chiedono di superare l’opinione per molto tempo corrente che «il nostro sistema di welfare, pur con le sue distorsioni, fosse in qualche modo funzionale».

La misura porterebbe alle famiglie in media 4800 euro all’anno, con una spesa complessiva a regime ipotizzata di 6 miliardi. Ma il trasferimento di denaro è solo una parte della proposta, che vuole anzi superare la logica dell’assistenzialismo. «I caratteri distintivi del nostro piano sono costituiti da un contributo economico per affrontare le spese primarie, accompagnato da servizi alla persona che permettano di riorganizzare lo stile di vita complessivo e di supportare le persone nel percorso di riscatto dalla povertà», spiega il presidente nazionale delle Acli Gianni Bottalico. Un esempio è la frequenza obbligatoria a corsi di riqualificazione professionale o l’obbligo di visite mediche e di frequenza scolastica per i figli. «Alla base c’è il patto di cittadinanza tra lo Stato e il cittadino in difficoltà: chi è in povertà assoluta ha diritto al sostegno pubblico e il dovere d’impegnarsi a compiere ogni azione utile a superare tale situazione».

L’introduzione del reddito di inclusione, che potrebbe entrare gradualmente a regime in un periodo di quattro anni, sarebbe di fatto l’unica misura attuabile in tempi relativamente brevi per contrastare la povertà, senza affidarsi a misure emergenziali, pwe esempio la vecchia social card, dimostratesi inefficaci, e senza d’altra parte aspettare che si completino quelle riforme strutturali del fisco e del lavoro, o delle politiche familiari che sole, sul lungo periodo, possono mettere le famiglie ‘al sicuro’ dal rischio povertà.

La proposta verrà presentata a luglio anche al governo, con l’auspicio che possa iniziare a breve l’iter per un’applicazione organica di questa misura anche nel nostro sistema di welfare.

 

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