Il Rapporto Censis 2012 traccia il quadro della “sopravvivenza” del nostro Paese alla crisi in atto. Per ripartire, però, ora è necessario un supplemento di coraggio e speranza

di Andrea CASAVECCHIA

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Ordine, riposizionamento, restanza: sono i tre termini che, letti nella prospettiva della sopravvivenza, possono sintetizzare il recente Rapporto Censis che ci offre una panoramica del nostro Paese.

Lo studio ci racconta che l’anno appena trascorso è stato vissuto con sofferenza dalla nostra popolazione, per la prima volta trovatasi di fronte alla verità della crisi. Non si tratta di una crisi congiunturale, di quelle che richiedono lo sforzo di riorganizzarsi e anche di sacrificarsi un po’ per poi ripartire come di consueto, spiegano nella presentazione del Rapporto Giuseppe De Rita e Giuseppe Roma, rispettivamente presidente e direttore del Censis. Si tratta di una crisi ampia, planetaria che richiede nuove soluzioni, che interroga tutte le istituzioni, dagli organismi internazionali agli Stati, dalle Banche ai Mercati, introducendo la questione della perdita di autorevolezza della “sovranità”. Inoltre il format della crisi è diverso dagli altri, perché ci pone di fronte a eventi estremi: il default, lo spread.

Gli italiani, ci dice il Censis, hanno vissuto la paura del fallimento. Durante l’anno sono stati messi alle strette, tanto che ora, quando le onde sembrano meno alte, si percepiscono come dei “sopravvissuti”: una sensazione particolare che presenta un misto di felicità per essere ancora in piedi, di stanchezza per la battaglia affrontata e di smarrimento perché bisogna trovare una nuova sistemazione, ma anche di serenità perché si può ancora guardare avanti. Impedito il naufragio, gli ingredienti sono stati tre.

Uno è l’ordine portato dal Governo tecnico, che nello scenario mondiale ha sicuramente riguadagnato un’immagine credibile dell’Italia con i fatti: riforma delle pensioni, introduzione dell’Imu e via scorrendo sono stati sacrifici pesanti, ma alla fine accettati dai cittadini. Da una parte, abbiamo visto un Governo che è riuscito a risistemare alcuni, non tutti, settori; dall’altra abbiamo scoperto che nell’estrema difficoltà gli italiani hanno fatto squadra. Sono cambiati anche alcuni atteggiamenti nei confronti dell’illegalità, dell’evasione fiscale, della giustizia.

La restanza è il secondo ingrediente. I cittadini, le famiglie, le imprese hanno reagito alla crisi innanzitutto come hanno sempre fatto: cambiando i loro atteggiamenti e le loro abitudini di consumo, verificando i loro budget. I consumi sono diventati più responsabili: gli italiani diventano competenti, s’informano di più, si aggregano in rete, utilizzano Internet. Inoltre si mettono in circuito le risorse “dormienti”: la casa delle vacanze si affitta, i gioielli di famiglia si vendono. Gli imprenditori cambiano strategie e investono all’estero, cercando nuovi luoghi, perché il consumo interno è fermo.

Il riposizionamento è il terzo ingrediente ed è la novità: ci siamo accorti che non «basta tirare a campare – dice De Rita – serve cambiare. Se non ci si riposiziona, si soffre»: così cambiano le nostre diete alimentari; cambiano le scelte formative dei giovani, che dai licei si spostano verso gli istituti tecnici e professionali; cambiano le imprese non facendo più solo made in Italy; si pone attenzione alla green economy.

Al 2012 siamo sopravvissuti, ma non è finita. Questo è il messaggio che si potrebbe trarre dal Rapporto Censis. Ora occorre mettere insieme gli ingredienti, perché la richiesta di sacrifici da parte delle istituzioni ha tappato una falla, ma non ha portato a una proposta con la conseguente disaffezione dei cittadini. D’altra parte, il riposizionamento e la restanza della società civile sono disorganizzate e non si muovono in maniera organica. Sopravvivere ci porta a essere diversi: ora dovremo capire chi siamo.

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