«Le tante Lampedusa dove la Chiesa e i credenti si decidono per la vita e non per la morte stanno a Milano, nelle nostre periferie e periferie esistenziali», scrive il sacerdote, parroco nell’isola siciliana fino al 2016, in un libro edito da In dialogo

Papa Francesco a Lampedusa
Papa Francesco a Lampedusa l'8 luglio 2013

«Il mio contributo sull’accoglienza nasce da una duplice provocazione: l’evento luttuoso, reiterato più e più volte e ancora attualmente in corso nel mare; nell’acqua gelida annegano persone, uomini e donne, dopo che han visto andare a fondo il proprio bambino. L’altra provocazione da accogliere è altrettanto dirompente: a naufragare con loro, siamo anche noi. E questa seconda sfida alla riflessione e al dialogo non ignora che proprio “il Papa che arriva dalla fine del mondo” costantemente non solo ce lo ricorda, ma ci sprona: proviamo a salvarci insieme?».

Don Mimmo Zambito è stato parroco a Lampedusa fino al 2016 e il suo contributo al dibattito sui migranti che approdano, spesso con esiti drammatici, alle nostre coste è carico di molteplici provocazioni. La sua è una riflessione su «accoglienza e vita, respingimento e morte», che parte da un’esperienza concreta e «da un punto di vista davvero esiguo e remoto: Lampedusa». Ma sono parole che centrano profeticamente il grave problema delle reazioni e delle risposte collettive da dare all’esodo dei migranti dai Paesi della guerra, della povertà, della disperazione.

«Accoglienza – scrive don Zambito nel libro Accoglienza, edito da In dialogo nella collana Parole per capire ascoltare capirsi (7,50 euro, pp. 96) – è vicenda che determina il simbolo vitale e la legge sociale. La costruisce o la distrugge, la relazione di accoglienza. Costruzione della persona e civiltà dei popoli, vita della città e Vangelo di salvezza è vicenda di accoglienza. Accoglienza è vicenda alla quale la fede in Cristo è intrinseca, coessenziale, risolutiva nel senso di permanenza di esistenza. E così le persone sono edificate se accolte, deflagrano se respinte. Quanta grazia di accoglienza, quanta tragedia di chiusura. Ciascuno ha la sua di vita, ciascuno accolto e accogliente. Ciascuno morente se ignorato».

E ancora, per entrare sempre più nelle pieghe di un dramma che disegna la vera identità del nostro Paese: «Il significato reale del termine accoglienza è “vita”. Comporta uno scuotimento vitale, sconvolgente. Un’oscillazione fra l’esaltazione erotica e agapica dell’amore o la degenerazione omicida e distruttiva della morte di chi è differente. […] Accoglienza e vita, in opposizione a morte e respingimento, è pratica radicale, articolata, che richiede coinvolgimento educativo, presa in carico, ascolto, accompagnamento. L’accoglienza non si risolve a Lampedusa. Ma lì ha, per coloro che vi transitano, un momento di presa in carico, oltre che di semplice dichiarazione di esistenza in vita».

Da Lampedusa, periferia estrema d’Italia a Milano, che non può restare indifferente a guardare e deve, invece, raccogliere il pressante invito di papa Francesco fatto a Lampedusa l’8 luglio 2013: «“Dov’è il tuo fratello?”, la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi.»

Dice allora don Mimmo: «La vera Lampedusa, le tante Lampedusa dove la Chiesa e i credenti si decidono per la vita e non per la morte stanno a Milano, nelle nostre periferie e periferie esistenziali. Lampedusa è periferia, rispetto a qualsiasi contesto urbano e metropolitano, dove il centro si stabilisse. Alla periferia il discorso si definisce con immediatezza ed essenzialità, e a volte si sta sul crinale, a rischio di crollare dall’una o dall’altra parte. Al centro quelle sfide diventano sfide culturali. Anche nella città una forma culturale può purtroppo giungere a esercitare segregazione e violenza sull’altra, fino a creare non cittadini, ma avanzi urbani e cittadini a metà. Lampedusa è perciò solo un segno. Rimanda ad altro circa la vicenda dell’accoglienza. La periferia rimanda al centro; Lampedusa a Milano. Ambedue, simbolicamente, unificano in se stesse e insieme la controversia esistenziale: come sventare la morte che tutti accoglie ed estendere la vita? Rigettare l’appello che l’altro con la sua corporeità mi impone di considerare, non nega forse la possibilità che la mia esistenza con la sua accolga una vita più vera e si dilati?».

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