Il sacerdote e medico premiato dal presidente Mattarella per il suo servizio nell’ospedale di Busto Arsizio nei mesi di coronavirus: «L’affetto e la solidarietà di tante persone ci hanno aiutato a tirare avanti»

di Pino NARDI

Don Fabio Stevenazzi
Don Fabio Stevenazzi

«Ricordo una donna 46enne, che è l’età di mia sorella: tutte le volte che la guardavo vedevo lei. Ha fatto un calvario immenso, temevamo di perderla, se l’è cavata anche se stremata. Impressioni molto intense, proprio perché mi sono sentito anche coinvolto personalmente nella sofferenza che vedevo intorno a me». Don Fabio Stevenazzi, 48 anni, medico dal 1997, racconta così i drammatici momenti vissuti in corsia nell’ospedale di Busto Arsizio, dove ha chiesto di tornare in questi mesi di coronavirus. Una testimonianza forte di sacerdote e medico riconosciuta dal Capo dello Stato Sergio Mattarella, che lo ha nominato Cavaliere della Repubblica. Il 30 giugno don Stevenazzi concluderà il suo mandato in ospedale e tornerà in parrocchia nella comunità pastorale «San Cristoforo» a Gallarate.

Cosa ha provato alla notizia di essere stato nominato Cavaliere della Repubblica dal Presidente Mattarella?
All’inizio incredulità. Ho ricevuto la notizia verso mezzogiorno del 3 giugno con l’invio di un lancio di agenzia di stampa da parte di amici, ex compagni di liceo… A me sembrava surreale, perché mai avevo immaginato di poter essere uno di quei 57 che avevo sentito il giorno prima essere stati nominati dal nostro Presidente. Per tutto il pomeriggio si sono accavallate felicitazioni, di cui però non avevo un riscontro oggettivo. Alla fine ci ho creduto, perché erano tantissime le persone che parlavano di me, che mi facevano i complimenti. L’ufficialità è avvenuta solo il giorno dopo, quando è giunto a casa dei miei genitori un telegramma dal Quirinale.

Dalla sua esperienza in corsia nell’emergenza coronavirus come ha vissuto e sta vivendo questi mesi in ospedale?
Inizialmente la situazione era molto delicata, perché un’alta percentuale dei nostri pazienti non ce la faceva e altri stentavano proprio a migliorare. Ero arrivato in un’équipe in cui tutti si facevano coraggio a vicenda, si sostenevano, si guardavano, disponibili a sostituire il turno di chi era più stanco. Sono state settimane convulse: nell’équipe i pochissimi medici presenti facevano tre notti alla settimana. Dopo il mio arrivo si è cominciato a fare due notti alla settimana da soli su due reparti, 28 letti con persone in situazioni molto delicate. Poi si sono aggiunti altri colleghi volontari provenienti da altri reparti interni all’ospedale e quindi si è arrivati a una notte a settimana. All’inizio il carico di lavoro e la pressione psicologica erano molto forti ed è stato bello vedere come anche attraverso la solidarietà, la dolcezza, il tentativo di sdrammatizzare, di avere valvole di sfogo legate alla simpatia, alla condivisione di un pezzo di pizza, aiutava ad andare avanti. Ma anche l’affetto di tante persone esterne: per un paio di mesi un pizzaiolo, il cui negozio era chiuso, ci portava gratuitamente le pizze calde in reparto tramite un fattorino; al mattino una pasticceria portava cornetti appena sfornati, erano chiusi, ma presenti sul luogo di lavoro solo per noi. Così come gli alpini portavano razioni di pasta ben condita per il personale dei due reparti in cui lavoravo. Questi segni di affetto, di amore, di solidarietà ci hanno aiutato a stemperare, a scaricare un po’ la tensione e ad andare avanti. Anche dopo Pasqua la Quaresima per me non era finita, perché il corridoio di questi due reparti mi sembrava sempre un calvario. Di questo non mi sono immediatamente reso conto fino in fondo. Di recente mi è capitato di guardare un piccolo video, che mi era stato chiesto da un confratello per una sua meditazione nella Settimana Santa per i giovanissimi del suo oratorio. Riguardando quel video mi sono accorto che i primi due mesi effettivamente sono stati molto faticosi: ero provato, abbastanza teso, anche se in quel momento mi sembrava di mantenere un certo aplomb, una calma, una padronanza di sé, che poi c’è stata effettivamente.

Sacerdote e medico, come ha conciliato queste due vocazioni?
Quella di medico è stata recuperata a partire dal 2017. Mi prestavo come dottore in Seminario per i 130/140 seminaristi a Venegono, ma anche al biennio a Seveso: lì quotidianamente uno o due consigli medici li davo sempre, anche diagnosi impegnative che sono riuscito a intuire. Però alla fine non avevo il tempo per l’aggiornamento. Invece tre anni fa i superiori mi hanno spronato a tornare ad aggiornarmi, per questo ho iniziato i miei viaggi ad agosto in Africa con il Cuamm. Ho così tolto un po’ di ruggine e mi sono messo alla pari con l’aggiornamento obbligatorio dei medici, recuperando la più antica vocazione della mia vita. Infatti essere medico è un po’ una vocazione: quando appena maggiorenne ero molto indeciso su cosa avrei fatto all’università, alla fine scegliere medicina è stata una prima risposta a un nodo vocazionale ancora nebuloso, che però mi spingeva già a offrire la mia vita professionale per il prossimo, specialmente per le persone bisognose, per i malati. Allora già avevo la chiara percezione di essere medico ospedaliero, non mi interessavano attività libero-professionali o privata, perché anelavo a vivere la piena libertà del gesto medico indipendentemente dal censo, dalle condizioni economiche di chiunque. Quindi il fondamento è stato lo stesso e il mio diventare sacerdote è poi scaturito dopo anni nei quali mi sembrava di essere stretto nei limiti che la professione medica dava nel poter aiutare il prossimo.

Qual è il ricordo più profondo che porta via dall’esperienza di questi mesi?
Sono tanti, devo ancora sedimentare tutte le impressioni in me per riuscire a fare un ordine e soprattutto una gerarchia di importanza. Un aspetto molto forte è stata l’amicizia, l’affetto, la solidarietà tra colleghi (medici, infermieri, caposale, operatori sanitari). Poi vedere lo spettacolo di un primario di ambito chirurgico che si offre volontario in una situazione di emergenza come questa e con umiltà si mette a imparare i rudimenti della ventilazione e della cura con i farmaci che non è una cosa tipica del chirurgo. Questa umiltà nel mettersi a disposizione da parte di un responsabile apicale di una struttura sanitaria mi ha molto impressionato.

Oltre a questo aspetto?
Ci sono stati tanti episodi che parlano dell’umanità. Ne citerei due: il fatto che sono subito stato percepito dai colleghi come un sacerdote, anche da persone non credenti o non praticanti, e sono stato fatto oggetto di confidenze molto personali, che mi hanno fatto capire anche l’importanza e la bellezza del ministero. Sono stato percepito da queste persone come degno di confidenze molto intime che non stenterei a definire vere e proprie confessioni laiche. Questa è la prima impressione umana e spirituale forte».

E la seconda?
Tanti episodi di contatto con la sofferenza dei malati. Ricordo una donna 46enne, che è l’età di mia sorella: tutte le volte che la guardavo vedevo lei. Ha fatto un calvario immenso, temevamo di perderla, se l’è cavata anche se stremata. Dopo un mese in reparto, un mese in rianimazione, ancora dieci giorni da noi, finalmente l’abbiamo mandata in una struttura di riabilitazione. In lei vedevo mia sorella, come quando ho assistito aiutando i rianimatori alla sua ultima telefonata alla madre prima di essere sedata e intubata. Impressioni molto intense, proprio perché mi sono sentito anche coinvolto personalmente nella sofferenza che vedevo intorno a me.

Cosa farà quando terminerà il suo incarico in ospedale?
Come era mia facoltà, in questi giorni ho rassegnato le dimissioni anticipate volontarie dal contratto di sei mesi che mi legava a questo sforzo di contrastare il Covid. Il 30 giugno, che sarà l’ultimo giorno di turno in reparto, terminerò ufficialmente questa avventura, anche perché adesso si vedono concrete possibilità di organizzare qualcosa dal punto di vista della pastorale giovanile estiva. Anche se non sono più nella Pg, è giusto che offra il mio impegno specialmente in questo anno così particolare per gli oratori, perché è tutto precario e spero di dare un contributo. Insomma, devo dare il meglio di me adesso in ambito parrocchiale.

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