L’effetto della liberalizzazione dell’apertura degli esercizi commerciali, è evidente, non ha portato alcun beneficio ai negozianti

di Andrea CASAVECCHIA

vetrina

Un droghiere al mercato rionale si lamenta. Da qualche tempo tiene aperto il suo banco anche la domenica. I suoi ricavi non sono aumentati di un centesimo, in compenso è cresciuta la fatica e diminuito il tempo da dedicare alla sua famiglia.

Certo potrebbe chiudere, non è obbligato, ma l’effetto della liberalizzazione dell’apertura degli esercizi commerciali lo costringe a lavorare anche nei giorni di festa. Altrimenti potrebbe perdere alcuni dei suoi clienti abituali, che hanno iniziato a spalmare durante i sette giorni i loro acquisti abituali. Oltre al danno la beffa, perché l’apertura costa: deve sostenere la spese costanti come l’energia consumata, oppure lo stipendio del suo unico dipendente. Ma quel droghiere è “fortunato”, quest’anno non chiuderà.

L’effetto delle nuove norme sull’apertura dei negozi durante la domenica, è evidente, non ha portato alcun beneficio ai venditori, specialmente i piccoli e medi proprietari: sono i dati prodotti da Confesercenti, a mostrare la continua riduzione dei consumi delle famiglie -4,3% lo scorso anno, e soprattutto un crollo verticale della vendita al dettaglio -13, 7% tra il 2008 e il 2012. Un altro dato ancora più grave indica che nei primi mesi del 2013 è diminuito del 50% il numero delle aperture di esercizi commerciali.

Allora, perché si persevera sulla strada indicata da questa liberalizzazione?

Ha raggiunto le 159 mila firme una Campagna per cambiare la normativa: “Libera la domenica”, sostenuta dal mondo cattolico, ha trovato adesioni oltre i suoi naturali confini, anche raccogliendo il consenso di alcuni Presidenti regionali. Tuttavia non si muove molto all’orizzonte.

Dietro “l’occupazione della domenica” c’è un’ideologia del consumo che ci penetra nelle ossa, secondo la quale essere nelle condizioni di poter comprare in ogni istante della nostra esistenza diventa un diritto e dovere irrinunciabile. Non importa nemmeno il guadagno, quanto il culto dell’acquisto. Nella sua forma degenerata un comportamento che ne deriva è lo shopping compulsivo.

Anche la questione del tempo deve aiutare ad entrare nella mentalità e lo strumento migliore è svuotare il senso della festa, a partire dal suo simbolo più grande, per un cristiano: la domenica.

Ma senza la festa siamo più deboli, ce ne accorgiamo nella nostra quotidianità: quando non comprendiamo più il senso del nostro lavorare, perché non gustiamo la bontà dei risultati conseguiti; quando fatichiamo a costruire relazioni significative, perché siamo occupati e non prestiamo attenzione a chi ci vive accanto; quando emarginiamo il senso religioso, perché alimentiamo il tran tran giornaliero che ci impedisce di inquadrare la nostra vita in un disegno più grande.

Quali conseguenze siamo disposti a pagare con la perdita della domenica?

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