In Europa occorre un credibile sistema politico ed economico per non mettere a rischio la moneta unica

Gianni BORSA

euro

Dieci anni vissuti pericolosamente. La moneta unica europea – circolante in 17 dei 27 Stati Ue – giunge a un tornante significativo della propria storia nel momento più difficile del suo percorso. Battezzata nel 1999 come strumento contabile, arrivò nelle tasche di 300 milioni di cittadini il 1° gennaio 2002, ponendo fine all’incertezza dei cambi intraeuropei e agli sbalzi inflazionistici, quale simbolo di un grande progetto politico avviato mezzo secolo prima con la nascita della Cee.
Oggi invece l’euro è preso di mira dalla speculazione finanziaria, dalle analisi politiche di marca euroscettica e non solo, dalle minacce di “secessione” di qualche paese virtuoso sotto il profilo dei conti statali (Paesi Bassi, Austria, Finlandia…) che non intende pagare il prezzo del salvataggio di nazioni di manica larga dal punto di vista del debito pubblico (sostanzialmente gli Stati mediterranei più l’Irlanda). Allo stesso tempo si continua da più parti a sostenere che l’euro è “il destino comune” dell’Europa, la cui “unità nella diversità” si costruirebbe attorno a una banconota.
In realtà la moneta unica era già intesa dai suoi “padri fondatori” (fra cui Kohl, Mitterrand, Delors) come un elemento di rafforzamento del processo di integrazione comunitaria, specialmente alla luce dei due elementi storici che andavano caratterizzando il periodo compreso tra la fine degli anni ’80 e il decennio ’90: il crollo della Cortina di ferro, con un continente non più forzatamente diviso tra est e ovest, e l’arrembante globalizzazione economica.
Ora la valuta comunitaria, giunta alle dieci candeline (una moneta “giovane” dunque, rispetto alle altre circolanti nel mondo, a partire dal dollaro), ha alle spalle un’esperienza piuttosto travagliata: nei primi 7-8 anni di vita ha garantito una certa stabilità dei prezzi e si è rafforzata sulla scena internazionale, accompagnando una lunga fase di crescita dell’economia continentale; dal 2008 in poi, invece, è stata sottoposta a incessanti turbolenze, legate soprattutto alla recessione e alla insostenibilità dei bilanci di paesi come Grecia e Italia, in grado di far tremare – in un regime di interdipendenza dei sistemi produttivi e dei mercati – tutta Eurolandia.
Aveva forse ragione il cancelliere tedesco Helmut Kohl a sostenere, nei giorni del parto dell’euro, che esso sarebbe stato non solo uno strumento di pagamento, ma anche un “simbolo di unità” e un “misuratore di stabilità politica”. Per questo, però, occorre che alle spalle dei biglietti e delle monetine, ci siano un governo dell’economia (la tanto invocata governance), un mercato unico completato in ogni aspetto, una solida Banca centrale con tutti i poteri necessari a un istituto di garanzia (come avviene per l’americana Fed), una reale convergenza delle politiche di bilancio (cui si sta a fatica lavorando fra Bruxelles e Strasburgo) e fiscali.
Alla guida della Germania si trova ora una donna, Angela Merkel, che ha più volte affermato di ispirarsi all’azione e al pensiero di Kohl. Nel suo discorso per gli auguri del 2012 la cancelliera ha dichiarato che l’euro “ha reso la nostra vita di ogni giorno più facile e ci ha protetti meglio”. Forse non è il momento ideale per affermazioni di questo tenore, ma certo la Merkel sottolinea due verità che ben poche voci contestano in linea di principio, salvo quelle degli antieuropei dichiarati.
Il cammino dell’euro è infatti da completare: in Europa occorre costruire un credibile sistema politico ed economico – con leadership nazionali e comunitarie all’altezza della situazione – la cui moneta dev’essere un simbolo e un “frutto”, non certo un fattore generativo.

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