Un altro pericolo sull’Italia: la deflazione! L’esempio del Giappone. Che noi non possiamo imitare. Speriamo di salvarci in Zona Cesarini

di Nicola SALVAGNIN

soldi

Una parolina apparentemente innocua, potenzialmente esplosiva per l’economia e la società italiana: deflazione. Se ne parla poco nei bar, moltissimo nei centri studi economici e aziendali, figurarsi nel Governo. Perché l’Italia sta lentamente scivolandovi dentro, e tirarsene fuori sarà più difficile che sottrarsi alle sabbie mobili. Il Giappone vi è finito dentro per sette anni consecutivi, e per altri sei ne ha patito le conseguenze.

Si ha, la deflazione, quando i prezzi cominciano a calare, quando il costo della vita diventa negativo. Si dirà: buona notizia. Invece è pessima, per tutti.

Se le aziende non riescono a vendere i loro prodotti, cominciano a diminuire il loro prezzo: inevitabile. Ma così calano pure i profitti (se ci sono), e di conseguenza sarà necessario tagliare i costi: approvvigionamento dai fornitori – che quindi perderanno quote di fatturato -, dipendenti e collaboratori. Ci saranno infine meno soldi da investire, meno capacità di stare sul mercato. Molte realtà chiuderanno, lasciando dietro di sé impoverimento e disoccupazione, una spirale che più si avvita, più disastri genera.

E l’Italia ha un’inflazione, cioè un rincaro generale dei prezzi che sta puntando dritto dritto verso quota zero: da lì parte la deflazione. In realtà ci siamo già dentro, perché se togliamo il costo energetico, l’inflazione italiana sarebbe già sotto zero. Deflazione, appunto.

Un’altra faccia (brutta) della deflazione è la tesaurizzazione, il fatto cioè che per varie ragioni – aspettativa di prezzi calanti, mancanza di validi investimenti, paura o apprensione per il proprio futuro – la gente si tenga stretta i soldi in banca o sotto il materasso. Così spegne sia i consumi sia gli investimenti, altra benzina sul fuoco di un declino economico e sociale.

Volete la prova? Quanto vi offre la banca per i vostri risparmi depositati? Zero. E tra un po’ vi chiederà soldi per tenerli in conto corrente: infruttuosi come sono, sono solo una zavorra.

Il Giappone sta tentando proprio in questi mesi di uscire fuori dalle spire della sua deflazione. Lo fa inondando il Paese di carta-moneta generosamente stampata dalla sua Banca centrale. Un volume gigantesco di yen offerti ai giapponesi a costo zero, che dovrebbe spingere gli stessi a investire, consumare, insomma utilizzarli. In questo modo si riattiva l’economia e, con essa, quel po’ d’inflazione che, lentamente, “riassorbirà” la massa monetaria in circolazione.

Cosa non può fare l’Italia per tirarsi fuori dalle sabbie mobili? Stampare moneta. Potrebbe far crescere il debito pubblico: sfortunatamente è già mostruoso così com’è.

È finita, allora? No. La sorte sta nelle nostre mani e, soprattutto, nella nostra testa. Il calo dei consumi, la paura di spendere è anche psicologica, frutto della sfiducia verso il futuro. Se si vede nero, si tiene fieno in cascina. C’è poi il problema – il dramma – che ci sono sempre più italiani che faticano a far quadrare i propri conti personali, per calo o mancanza di lavoro. Avessero soldi, li spenderebbero volentieri…

Mettere quindi soldi in tasca agli italiani, e invogliarli a spendere, a investire, a muovere l’economia è compito della politica, di chi ha il dovere appunto di disegnare il futuro. Ci vuole una forte scossa, qualcuno che rassicuri gli italiani e che cominci a fare le cose per il verso giusto.

Detta così, si può essere presi dallo sconforto. Ma in fondo, ad inventare nel calcio la zona Cesarini siamo stati noi italiani. Metti mai che all’ultimo minuto…

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