Vittime innocenti di un odio che ferisce gravemente anche l'Islam

di Cristiana DOBNER

Qualche giorno fa mi si è riproposta alla memoria la figura della principessa Ileana di Romania, ricca di titoli nobiliari, di bellezza e con una splendida corona in capo. Bisogna ammettere che, quanto è bello è bello, senza mezzi termini e senza infingimenti. Come pure è bello il lauro che cinge il capo di un giovane laureato o laureata. Non ci si può sottrarre alla malia dei segni.

Tuttavia, il mio pensiero è corso più in là: la corona di Stefano ai nostri occhi è invisibile, forse anche impensabile, ma brilla di una luce eterna e il suo valore è imperituro: non decade quando si rovescia un trono, non appassisce quando un Master specializzato viene inventato… Che il giovane lapidato, il nostro Protomartire, si sia chiamato proprio Stefano, l’incoronato, e quindi la sua vicenda sia tipica di un nomen omen, di un nome-destino, oppure proprio per la sua sanguinosa fine i primi cristiani l’abbiano denominato Incoronato, non cambia molto nella realtà e nell’appello che egli lancia a tutta la storia dei cristiani e della Chiesa.

Benedetto XVI, con la Chiesa orientale, nell’Angelus canta: «Le pietre sono diventate per te gradini e scale per la celeste ascesa… e ti sei accostato gioioso alla festosa adunanza degli angeli». Nella Gerusalemme celeste la corona temporale è diventata segno imperituro, eterno per tutti noi.

La Chiesa ha tante colpe e ha commesso tanti sbagli (e speriamo che diminuiscano grazie all’appello accorato del Papa), ma il suo cammino nella storia viene tracciato di corona in corona, le corone dei martiri, dai più antichi a quelli di tempi recenti o odierni, sono quelle pietre trasfigurate. Possiamo poggiare i piedi sulle corone altrui e, magari, invocare il dono del martirio se lo Spirito ce lo suggerisce. Christian de Clergé, il priore dei trappisti di Tibhirine, nel suo testamento è stato lucidissimo, comprendendo che la sua vita non era stata tutta innocente, tutta trasparente all’amore di Dio, ha avvertito «la complicità del male» e con il male.

Eppure, guardando al Signore Crocifisso, e ai fratelli e alle sorelle che hanno testimoniato con la loro vita il Vangelo, i “martiri” in senso etimologico, ha accettato di porre i suoi piedi sulle corone altrui e di affrontare con coraggio e il canto del cuore una sorte crudele che, senza biasimo altrui, avrebbe potuto evitare.

Corone che sono pietre miliari e farne memoria ed elogiarle «rinfranca il faticoso cammino dei fedeli e incoraggia chi è in cerca della verità a convertirsi al Signore», afferma Papa Benedetto. Il martirio del quotidiano è la corona che viene offerta a tutti noi credenti, perché possiamo dire a noi stessi che non cerchiamo una vana-gloria, ma il nostro sguardo è fisso su Colui che è nato povero, che si è umiliato lasciandosi circoscrivere in un corpo umano, che ha saputo accettare la morte. Questa nascita dovrebbe far scaturire «la preghiera a Dio affinché si fermino le mani dei violenti, che seminano morte e nel mondo possano regnare la giustizia e la pace. Ma la nostra terra continua ad essere intrisa di sangue innocente», così l’appello papale dopo il massacro in Nigeria.

Non so che cosa possano aver pensato i massacratori, neppure da chi siano stati mossi e chi abbia architettato un simile atto violento, so però che in tutti tenta di insinuarsi quella sottile violenza che pervade il tempo e contamina anche il respiro. So che noi, come lo dimostrano i nostri fratelli cristiani in Siria nel monastero di Deir Mar Musa, siamo legati al popolo islamico e entrambi rifiutiamo la violenza e rispettiamo lo Spirito che soffia in ogni persona umana.

Christian, il martire trappista, attendeva chi li avrebbe sottratto la vita, lo chiamava «l’amico dell’ultimo minuto» che «non avrebbe saputo quanto faceva». E gli offriva il «grazie», «Amen! Inch’ Allah». Se coltivassimo, nel nostro microcosmo di ogni giorno, questo sentire potremmo all’unisono con Papa Benedetto proclamare: «A Maria Santissima, Regina dei Martiri, rivolgiamo la nostra supplica per custodire integra la volontà di bene, soprattutto verso coloro che ci avversano». Sarebbe la nostra corona di “testimoni viventi”.

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