Le richieste al Governo: ridurre il carico fiscale sul lavoro, sostenere il finanziamento all’operatività aziendale e favorire l’accesso al credito. Ma sarebbe utile che le parti concordassero intese a proprie spese

di Nicola SALVAGNIN

È un bene che industriali e lavoratori si ritrovino a remare insieme per tirarsi fuori dalla crisi, ma sarebbe utile che, sul modello tedesco, stabilissero intese a “proprie spese” e non a carico del bilancio dello Stato

Che “industriali” e “lavoratori” si trovino dalla stessa parte della barricata e non su fronti contrapposti a farsi una sterile guerra in tempi di economia stagnante, è indubbiamente una buona notizia. Confindustria e sindacati confederali hanno infatti siglato un documento comune che, di per sé, segnala la volontà di combattere assieme la crisi. Lascia qualche dubbio, invece, il contenuto del documento stesso, che appare soprattutto una “petitio” rafforzata verso il governo e le casse statali, più che un’intesa cordiale su come aumentare la produttività e i salari.

In buona sostanza, le parti chiedono all’esecutivo di ridurre il carico fiscale che grava su imprese e redditi da lavoro; di favorire la riduzione di certi costi industriali, come quello dell’energia; di stimolare gli investimenti e l’innovazione, anche con agevolazioni fiscali; di sostenere il finanziamento dell’operatività aziendale allentando la tassazione sugli utili reinvestiti e favorendo l’accesso al credito.

Insomma, soldi. Che non ci sono, a stretto giro di posta. Perché meno tasse, più agevolazioni, meno costi e altro ancora, comportano soldi in meno per il bilancio dello Stato, soldi in più che da questo finiscono al mondo produttivo. Per carità: non c’è una sola richiesta – tra quelle avanzate da Confindustria e sindacati – che non sia condivisibile. La tassazione sui redditi da lavoro è tra le più alte al mondo; ciò determina che una sempre più esigua fetta di salario finisca nella disponibilità reale del lavoratore, e quindi ad alimentare i consumi. Le aziende, poi, sono subissate da imposte, anticipi, burocrazia costosa e quant’altro rende difficile intraprendere in Italia. La difficoltà ad accedere al credito, e i costi strutturali ben più alti dei nostri concorrenti sono altre cause (e non di secondaria importanza) della nostra scarsa competitività.

Il problema è un altro: ad oggi, il governo fa una fatica bestiale a reperire un paio di miliardi di euro tra le pieghe del proprio bilancio. Confindustria obietta: senza quella benzina non si riparte, e solo ripartendo si genera ricchezza e, in definitiva, più fondi anche per lo Stato. In teoria è verissimo, ma c’è il fattore tempo a mettere in crisi l’assunto: la crescita sarà comunque lenta e darà frutti (forse) tra molti mesi se non anni; lo Stato ha un disperato bisogno di soldi già da qui a dicembre. Altrimenti andiamo un’altra volta in rosso, l’Ue ci castigherà mettendoci in amministrazione controllata e addio sogni di gloria.

Per fare grandi cose, ci vuole poi una politica lungimirante, capace di scelte forti e di sostenerle. Merce che non si trova sui bancali del supermercato, quindi: attrezzarsi.

Sarebbe, infine, bello che le organizzazioni intermedie del lavoro – Confindustria e sindacati – ragionassero pure su cosa possono fare loro, e solo loro, per raddrizzare la baracca. In Germania questo ragionamento è stato fatto qualche anno fa, con ottimi risultati; qui si va a convegni, o si assiste alle intemerate di qualche “descamisado” che, da una parte, sogna il conflitto permanente e le barricate sessantottine, e dall’altra approfitta di questo clima per fare armi e bagagli e chiudere le fabbriche italiane.

I riferimenti a Fiom Cgil e Fiat sono puramente voluti, pur riconoscendo a entrambe alcune ragioni. Non è peggiorando le condizioni lavorative che s’imbocca la strada di una rinascita; non è con le battaglie ideologiche e giudiziarie che si aiuta un’impresa a lavorare in un’Italia sempre meno attraente rispetto ad altri sistemi-Paese. Va da sé che dialogo e compromesso sono ancora i mezzi migliori, per chi volesse usarli.

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