Ogni intervento chiarificatore sarà ben accetto, sempre che venga tenuto in debito conto il valore sociale delle attività non profit

di Alberto CAMPOLEONI

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Le tasse non sono un optional e l’Ici, quando dovuta, va pagata. Senza furbizie. Se ci fossero casi accertati di elusione, bisognerebbe perseguirli. È questa la linea, più volte ribadita, della Chiesa italiana sull’Ici, la tassa degli immobili al centro di polemiche che non si placano e di operazioni di vera e propria disinformazione: il caso del filmato dei Radicali con le false accuse alla Chiesa di Ferrara sui pagamenti Ici è un esempio lampante. Il video sosteneva che la diocesi non aveva versato il dovuto, ma la realtà era ben diversa: sarebbe bastato verificare le informazioni per scoprire pagamenti e ricevute (cosa fatta da altri giornalisti, corretti e scrupolosi).

La linea di piena responsabilità e di trasparenza l’ha riassunta da tempo il cardinale Angelo Bagnasco, presidente dei Vescovi italiani. E nella direzione di una legislazione sempre più chiara ed efficace si sta muovendo il Governo, anche in rapporto al complesso contenzioso aperto a livello europeo. La Chiesa paga già e pagherà l’Ici sugli immobili che non sono destinati ad attività di culto. Una maggiore chiarezza sulle norme già esistenti e una loro definizione per evitare possibili fraintendimenti – questo il processo in corso – è auspicabile.

Lo ha ribadito una volta di più sabato il neo cardinale arcivescovo di Firenze Giuseppe Betori, già segretario della Conferenza episcopale italiana. «Fare chiarezza nelle norme è sempre utile – ha affermato – e sarà salutato favorevolmente dalla Chiesa. Purché sia fatto salvo il riconoscimento delle attività a servizio della gente, destinate al culto e al non profit». Allo stesso modo, nei giorni scorsi, monsignor Domenico Pompili, “portavoce” della Cei, ha precisato che «ogni intervento volto a introdurre chiarimenti alle formule vigenti sarà accolto con la massima attenzione e senso di responsabilità». Sottolineando però anche la necessità che venga «riconosciuto e tenuto nel debito conto» il valore sociale delle attività non profit della Chiesa e non solo.

Sono queste le carte sul tavolo della partita: una legislazione da chiarire meglio, privilegi che non si vogliono, trasparenza e responsabilità. Senza il fumo dei pregiudizi e delle disinformazioni che pure si sono viste in questo periodo nei confronti della Chiesa. Con la consapevolezza che Chiesa e Stato hanno interessi comuni e non contrapposti nei riguardi del Paese. Il Nuovo Concordato, il cui anniversario ricorreva il 18 febbraio, ricorda senza mezze misure l’impegno a collaborare per la promozione dell’uomo e il bene dell’Italia. Impegno che si traduce certo nel pagare le tasse e, per quanto riguarda la Chiesa, anche nelle innumerevoli attività di servizio e sostegno alla società civile, ai poveri, agli esclusi e agli emarginati. Nelle attività educative e di promozione, come ad esempio le scuole e gli oratori. È una trama a maglie fitte, diffusa e radicata, talvolta un vero e proprio tessuto di fiducia e di speranza per l’intera società.

Cercare di screditare tutto questo davvero non serve a nessuno. Nemmeno a fare cassa. Di fronte alla verità dei fatti, anche chi non condivide un pensiero e una presenza è chiamato all’onestà intellettuale.

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